Carnate, lunedì, in piazza Pio XII, tre uomini prendono a calci e pugni un quarto fino a farlo cadere. Poi lo sollevano «di peso», diranno in seguito i resoconti, come se fosse un divano da Ikea e lo chiudono nel bagagliaio. Due partono. Il terzo se ne va a piedi. Non è un film di Scorsese. È la Brianza di un lunedì qualunque, con i testimoni che guardano e poi, per fortuna, chiamano i carabinieri.
Quando i militari di Bernareggio e Vimercate arrivano, la scena è già finita. Resta il racconto: una lite, tre contro uno, il corpo nel vano posteriore. L’auto la ritrovano al parcheggio della stazione. A terra c’è lui, 62 anni, ucraino, residente in Italia, incosciente, gravemente ferito. Accanto, due uomini «in stato di alterazione». Ubriachi, per dirla senza eufemismi da comunicato. Uno ha 29 anni e abita a Bernareggio. L’altro, 40enne, vive a Carnate. Entrambi moldavi, entrambi pregiudicati. Li arrestano in flagranza: tentato omicidio e sequestro di persona. Direzione carcere di Monza, a disposizione del pm.
Il movente, al momento, è quello che in Italia usiamo quando non vogliamo pensare. L’alcol. Lo «stato di alterazione». Come se l’alcol fosse un soggetto giuridico e non una sostanza che, al massimo, toglie i freni a chi i freni già non li aveva. Si accenna anche ad «allusioni» sul figlio di uno degli aggressori. Frasi scambiate. Episodi da approfondire. Tradotto: non si sa. Ma bisogna pur scrivere una causa, sennò il lettore si sente derubato del plot.
La parte sul bagagliaio è la più onesta del racconto. Una delle ipotesi «una delle possibilità», che è il modo elegante per dire non lo sappiamo è che volessero nascondere la scena. In piazza c’erano testimoni. Quindi non è solo ferocia: è ferocia con un accenno di pudore da strada. Picchiare sì, ma non sotto gli occhi di chi poi chiama il 112. Il bagagliaio come tendina. Il parcheggio della stazione come seconda location, più discreta.
La vittima va al San Gerardo. I due arrestati, no: loro vanno dove vanno quelli presi sul fatto, con l’alito che parla prima delle dichiarazioni. Non c’è, almeno per ora, la grande teoria. Né clan, né regolamento di conti da fiction, né «guerra tra poveri» da editoriale. C’è una piazza, dell’alcol, tre uomini, un quarto a terra, e un’auto che parte con un corpo nel posteriore.
Si potrebbe fare il discorso sull’integrazione. Si potrebbe fare quello sulla «periferia» Carnate non è Scampia, è Monza e Brianza. Si potrebbe fare quello sui precedenti, che nel pezzo ci sono, messi lì come un avvertimento: non erano angeli ubriachi per la prima volta. Tutti discorsi legittimi. Tutti, di solito, usati per non guardare la cosa più semplice: che si può voler ammazzare qualcuno anche senza un progetto, basta una frase, un figlio nominato a sproposito, e tre persone che si sentono in maggioranza.
I testimoni hanno fatto la cosa giusta. Non è poco. In Italia il testimone è spesso un personaggio secondario che «non voleva farsi coinvolgere». Qui invece hanno visto tre uomini caricare un quarto in un bagagliaio e non hanno pensato: affari loro. Senza quella telefonata, il 62enne forse non sarebbe ancora in vita.
