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Cronaca locale

“Milano merita una qualità urbana che sia all’altezza della vita culturale”

La senior director di Finarte, fondata a Milano nel 1959. “Villa Necchi tra i luoghi del cuore in cui ritrovo equilibrio”

Appassionata Kimiko Bossi, senior director di Finarte, una delle principali case d'asta italiane, fondata a Milano nel 1959 in via Broletto per iniziativa del banchiere Gian Marco Mansuardi. Milanese, è figlia di collezionisti e ha imparato i gesti dell'arte sin da ragazzina, seguendo i genitori

Kimiko Bossi è senior director di Finarte, una delle principali case d’asta italiane, fondata a Milano nel lontano 1959 in via Broletto per iniziativa del banchiere Gian Marco Mansuardi. Nata con l’obiettivo di affiancare i collezionisti meneghini nell’acquisto e nella vendita di opere d’arte, oggi Finarte è un grande gruppo riconosciuto e apprezzato dal mercato, con quartier generale in piazzetta Bossi. È qui che incontriamo Kimiko Bossi, senior director di grande esperienza e passione per l’arte: milanesissima a dispetto del nome, che è di origine giapponese, ha chiuso la sera precedente una fortunata asta di orologi e si muove sicura nell’elegante sede tra teche, opere d’arte e il palco da cui il battitore ha dato avvio alle danze del mercato. Sono gesti che ha imparato a conoscere fin da ragazzina, seguendo i genitori, collezionisti. A sua volta ha introdotto sua figlia, oggi adolescente, alla liturgia, fatta di adrenalina e bellezza, che si celebra qui: «Per abituarla all’atmosfera», dice.

Quando ha capito che il mercato dell’arte sarebbe stato la sua professione?

«Da quando ho iniziato a lavorare a contatto con i collezionisti. Mi sono resa conto che il mercato non è solo transazione: è mediazione culturale, responsabilità, cura».

Come si dirige una casa d’aste e quali qualità richiede?

«Dirigere una casa d’aste significa tenere insieme molte dimensioni: strategia, rigore, ascolto, capacità di leggere il mercato e di guidare un team. Servono credibilità, trasparenza, rapidità decisionale, ma anche empatia. Ogni opera porta con sé una storia, e ogni venditore o collezionista merita attenzione e rispetto».

Che cosa consiglierebbe a un giovane che volesse entrare nel mondo delle aste?

«L’ideale è fare un percorso misto: studiare storia dell’arte, ma anche economia, diritto, e soprattutto fare tanta pratica. Le aste si imparano sul campo: bisogna studiarsi i cataloghi e gli archivi per bene, fare i sopralluoghi dai clienti, avere un contatto diretto con le opere. Servono curiosità, disciplina e umiltà. Ancora oggi penso sia un mestiere che si costruisce giorno dopo giorno».

Che bilancio potete tracciare da Finarte?

«Il 2026 per noi è un anno estremamente positivo, dinamico. Alcuni risultati hanno segnato un passo importante nella crescita della casa d’aste. In particolare, l’asta della Collezione Crivellaro ha rappresentato un momento di grande visibilità: una raccolta raffinata, coerente, che ha attirato l’attenzione di collezionisti italiani e internazionali, confermando la nostra capacità di valorizzare patrimoni complessi e di alto profilo. Anche i dipartimenti di numismatica, gioielli, design, orologi, arte moderna e contemporanea hanno registrato performance eccellenti».

Perché Milano è una città strategica per il mercato dell’arte?

«La città è un ecosistema unico fatto di gallerie, fondazioni, collezioni corporate, un pubblico competente e internazionale. È una metropoli che crea connessioni e che permette a una casa d’aste di dialogare con un mercato evoluto, curioso e aperto alle novità».

Che tipo di collezionisti frequentano la vostra casa d’aste?

«Abbiamo quelli storici, che seguono Finarte da decenni, ma anche una nuova generazione di professionisti under 50 molto preparati. È un pubblico eterogeneo, ma accomunato dalla ricerca della qualità».

E lei, che rapporto ha con Milano?

«È la mia casa, per me è una città di energia e di rifugi. Ho alcuni luoghi del cuore dove ritrovo equilibrio: spazi verdi, cortili nascosti, musei che frequento quasi come fossero case parallele. Ne cito giusto alcuni: la Pinacoteca di Brera, Villa Necchi, il Poldi Pezzoli. Amo molto la vitalità milanese, ma vorrei più cura degli spazi pubblici e una mobilità più fluida. Milano merita una qualità urbana all’altezza della sua forza culturale».

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