C’è un modo per uccidere una donna senza toccarla, o quasi. Si chiama controllo, e ha bisogno di tempo: quattro anni, in questo caso, di insulti pesati con cura, di minacce sussurrate come promesse, di un amore trasformato, giorno dopo giorno, in una gabbia con le sbarre invisibili.
Lei ha 43 anni, è italiana, ed è la madre delle sue due figlie. Lui ne ha 39, è egiziano, e giovedì è finito in carcere con un’ordinanza di custodia cautelare per maltrattamenti in famiglia. Il giudice, nel firmare il provvedimento, ha usato parole che pesano come macigni: il racconto della vittima è «attendibile, coerente e dettagliato», il pericolo che tutto ricominci è «concreto e attuale». E c’è di più, scrive il gip: il rischio che l’uomo possa arrivare a commettere reati ben più gravi di quelli già contestati.
All’inizio, raccontano gli atti, non c’era nulla che lasciasse presagire l’inferno. Poi è nata la prima figlia, e qualcosa si è spezzato. L’uomo ha iniziato a pretendere che la moglie chiedesse il permesso per uscire con le amiche, come una minorenne sotto tutela. Ha preteso che coprisse braccia e gambe, che buttasse via l’alcol di casa, che vivesse lei, italiana, cresciuta altrove, con altre abitudini secondo i precetti di una religione che non aveva scelto di seguire con quella rigidità.
Al rifiuto, la reazione è stata la violenza. Botte, in più occasioni. Minacce con un coltello puntato addosso. Un Gps nascosto in macchina, per sapere sempre dov’era, con chi, per quanto tempo la tecnologia della gelosia messa al servizio dell’ossessione. E poi la minaccia più feroce, quella pronunciata più volte come un mantra: ucciderla, e portare le figlie in Egitto, lontano da lei, per crescerle «come si deve». Niente carne di maiale, niente catechismo, niente costume da bagno una volta diventate donne. Un futuro scritto da un padre padrone, per bambine che ancora non sanno di essere già ostaggio di un progetto.
C’è un dettaglio, negli atti dell’inchiesta, che gela più di ogni altro. Un amico dell’arrestato ha raccontato agli inquirenti che l’uomo gli aveva confidato un piano: avvelenare la moglie con un pesticida. Non una frase buttata lì per rabbia. Una premeditazione, raccontata a voce bassa, come si racconta un progetto già avviato. E infatti lei, rovistando nello zaino del padre delle sue figlie, aveva trovato delle bustine con dentro una polvere che non sapeva identificare. Le aveva guardate a lungo, forse sperando di sbagliarsi. Non si è sbagliata. E quando l’ultima minaccia è arrivata quella di «fare una strage» se lo avesse denunciato la donna ha capito che il silenzio l’avrebbe uccisa comunque, prima o poi. È andata alla Polizia locale e ha raccontato tutto. Giovedì gli agenti sono andati a prenderlo. Ora è in carcere.
