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Scotch sulla bocca, bambini legati alle sedie e minacce: maestra condannata a quattro anni per maltrattamenti

La sentenza del tribunale di Taranto chiude una vicenda iniziata oltre dieci anni fa. Le vittime erano alunni di prima elementare che avrebbero subito umiliazioni, punizioni e intimidazioni. Per la docente anche l'interdizione dai pubblici uffici e il risarcimento alle famiglie

Scotch sulla bocca, bambini legati alle sedie e minacce: maestra condannata a quattro anni per maltrattamenti

Si è concluso con una condanna a quattro anni di reclusione il processo a carico di una maestra di scuola primaria accusata di aver maltrattato alcuni bambini di appena sei anni durante l'anno scolastico 2014-2015. La sentenza è stata pronunciata dal tribunale di Taranto, che ha riconosciuto la responsabilità della docente, oggi 63enne, per una serie di comportamenti ritenuti gravemente lesivi della dignità e del benessere dei piccoli alunni. La pena inflitta è risultata superiore a quella richiesta dalla Procura, che aveva sollecitato una condanna a due anni e sei mesi.

Un clima di paura in classe

Secondo quanto emerso nel corso delle indagini e del processo, l'insegnante avrebbe adottato metodi disciplinari basati su minacce, umiliazioni e punizioni fisiche per imporre il silenzio e mantenere l'ordine nelle due classi in cui insegnava. L'obiettivo sarebbe stato quello di ottenere obbedienza e disciplina attraverso la paura. I racconti degli alunni hanno invece restituito agli investigatori l'immagine di un ambiente scolastico caratterizzato da tensione, ansia e timore costante.

Lo scotch sulla bocca e le punizioni

Tra gli episodi contestati alla docente vi sono comportamenti che hanno profondamente colpito l'opinione pubblica. Secondo le testimonianze raccolte, la maestra avrebbe più volte chiuso la bocca ai bambini con del nastro adesivo per impedirgli di parlare. In altre occasioni avrebbe utilizzato lo stesso scotch per immobilizzarli o per impedirne i movimenti all'interno dell'aula. Alcuni alunni hanno inoltre raccontato di essere stati legati alle sedie o perfino alla porta della classe come forma di punizione.

Schiaffi e intimidazioni

Le accuse comprendono anche episodi di violenza fisica. Dalle dichiarazioni dei bambini sarebbe emerso che la docente colpiva le mani degli alunni con schiaffi e utilizzava atteggiamenti intimidatori per ottenere il rispetto delle proprie regole. Secondo la ricostruzione dell'accusa, il metodo educativo adottato era fondato sulla mortificazione e sulla paura piuttosto che sul dialogo e sull'insegnamento.

Le minacce ai bambini

Uno degli aspetti più inquietanti emersi dall'inchiesta riguarda le presunte minacce rivolte agli alunni. La maestra avrebbe infatti fatto credere ai bambini di riprenderli con il telefono cellulare oppure li avrebbe realmente filmati. Successivamente, secondo l'accusa, avrebbe minacciato di diffondere quelle immagini o di farli allontanare dalle loro famiglie. Un comportamento che avrebbe contribuito ad alimentare un clima di forte pressione psicologica all'interno della classe.

Il materiale scolastico lanciato dalla finestra

Tra gli episodi finiti agli atti figurano anche punizioni particolarmente umilianti. Secondo quanto ricostruito durante il processo, la docente avrebbe lanciato fuori dalla finestra quaderni e altro materiale scolastico appartenente agli alunni. In alcuni casi gli oggetti sarebbero stati addirittura sepolti nella terra come ulteriore forma di punizione. Condotte che, secondo l'accusa, non avevano alcuna finalità educativa e contribuivano ad aumentare il disagio dei bambini.

I racconti emersi anni dopo

Per lungo tempo gli episodi sarebbero rimasti nascosti. La vicenda emerse soltanto alcuni anni dopo, quando gli alunni frequentavano ormai la terza elementare e avevano cambiato insegnante. Durante attività scolastiche dedicate al confronto e alla condivisione delle esperienze, i bambini iniziarono a raccontare ciò che avevano vissuto negli anni precedenti. Fu proprio grazie a quelle confidenze che i genitori vennero a conoscenza della situazione e decisero di rivolgersi alle autorità.

Il progetto che ha fatto emergere la verità

I racconti vennero alla luce nell'ambito del progetto educativo "Senza Zaino", che prevedeva momenti di dialogo tra studenti e insegnanti. Durante gli incontri denominati "Agorà", i bambini trovarono lo spazio e il coraggio per raccontare gli episodi che li avevano segnati. Le loro testimonianze portarono alla presentazione delle denunce e all'avvio dell'inchiesta da parte della Procura di Taranto.

Le conseguenze psicologiche

L'indagine ha evidenziato anche le ripercussioni emotive e psicologiche subite dai piccoli alunni. Secondo quanto emerso dagli atti, almeno uno dei bambini avrebbe sviluppato un forte blocco psicologico, arrivando a interrompere temporaneamente attività fondamentali come la lettura e la scrittura. Gli investigatori hanno ritenuto che il clima di paura creato in classe abbia avuto effetti significativi sul benessere e sulla crescita dei minori coinvolti.

Il riconoscimento della "violenza assistita"

Alla docente era contestato il reato di maltrattamenti aggravato dalla cosiddetta violenza assistita. Questa aggravante riguarda le situazioni nelle quali i minori, pur non essendo sempre vittime dirette delle singole condotte, assistono ai maltrattamenti subendo a loro volta un danno psicologico. Secondo l'accusa, il solo fatto di vedere compagni umiliati, legati o minacciati avrebbe contribuito a creare un ambiente profondamente traumatico per tutti gli alunni presenti.

Risarcimenti e interdizione

Oltre alla condanna penale, il tribunale ha disposto anche ulteriori conseguenze nei confronti dell'imputata.

La maestra è stata interdetta dai pubblici uffici e condannata, insieme al Ministero dell'Istruzione quale responsabile civile, al pagamento di una provvisionale di 5 mila euro per ciascuna delle parti civili costituite nel processo. Molti dei bambini coinvolti all'epoca dei fatti oggi sono ormai maggiorenni, ma la sentenza arriva a chiudere una vicenda che ha lasciato un segno profondo nelle loro famiglie.

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