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Cronaca nera

Il rabbino aggredito dai maranza. “Non scendiamo al loro livello”

Parla il religioso vittima di tre nordafricani. Contestato l’odio antisemita, due sono a piede libero. Il console d’Israele Carrai: “Condanne politiche inutili da chi ferma il ddl”. Il sit-in di solidarietà con la kippah

Milano, la sinagoga e la fermata della 67 dove è stato aggredito il rabbino Davia Mizrai Shalom
IPA88630290 - MILANO - L'esterno della sinagoga Chabad di via Soderini 3 il cui rabbino, Davia Mizrai Shalom, è stato aggredito il 16 settembre in piazza Bande Nere.

«Loro non sono più forti. Noi andremo sempre avanti». Il rabbino Rav Tzemack Mizrachi lo dice a Il Giornale con una calma che sorprende, quasi disarma, a distanza di nemmeno 24 ore dall’aggressione subita mercoledì in piazza Bande Nere. Non c’è rabbia nella sua voce, non c’è nemmeno paura. C’è, semmai, una specie di fermezza tranquilla, la stessa con cui racconta di essere ancora un po’ scosso, ma di non sentirsi affatto demoralizzato, né toccato nell’intimità da quanto gli è successo. «Non dobbiamo essere al loro livello» ripete più volte nel corso della conversazione, come se fosse un principio da difendere tanto quanto la propria incolumità.

La scena, ricostruita nei dettagli, è quella di una piazza qualunque, di un’attesa qualunque: Rav Tzemack è alla fermata del bus della linea 67, indossa il suo cappello nero a larga tesa, quello tipico dei rabbini, lo stesso che porta ogni giorno. Tre ragazzi lo individuano, lo aggrediscono, gli strappano il cappello di dosso. Non lo buttano via: se lo passano, se lo mettono in testa a turno, come un trofeo, davanti a lui. Il rabbino si allontana, va a prendere i suoi bambini che tornano da scuola. Ma quando torna indietro, alla fermata del 98, sempre in piazza Bande Nere, i tre sono ancora lì. Non se ne sono andati. È in quel momento che Rav Tzemack, che nel frattempo ha chiamato la sicurezza della Comunità ebraica, li filma con il telefonino. Sul posto intanto arriva la Digos, che segue i tre, li rintraccia e li blocca. Per uno dei tre giovani, tutti nati tra il 2005 e il 2008, italiani di seconda generazione con origini nordafricane e già gravati da precedenti per reati contro il patrimonio e contro la persona, scatta l’arresto, con l’accusa di tentata rapina aggravata dall’odio antisemita; gli altri due vengono denunciati a piede libero, con la stessa aggravante.

Rav Tzemack, dal canto suo, sceglie di raccontare anche il lato che non fa notizia nello stesso modo: da quando la vicenda si è diffusa, dice, ha ricevuto moltissime richieste dalla comunità per tenere lezioni di Torah. Ed è proprio questo, spiega, a farlo sentire quasi sereno: da un episodio così brutto è nato infatti qualcosa di positivo e condiviso.

La vicenda intanto però riapre una ferita più ampia: quella della sicurezza della comunità ebraica a Milano, in un clima sempre più teso. A dirlo senza mezzi termini è Marco Carrai, console onorario di Israele, che non risparmia critiche a chi si limita alla solidarietà di facciata: «Inutile fare le lacrime di coccodrillo e dare la solidarietà se poi si fanno mille distinguo per non votare la legge sull’antisemitismo che ora più che mai è necessaria». Il sindaco Beppe Sala si limita a sottolineare che, con i tempi che corrono, bisogna «stare più attenti all’uso di ogni singola parola e di ogni singolo gesto». Intanto il presidente della Comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi invita la cittadinanza martedì, alle 13, in piazza San Carlo, a un sit di solidarietà dopo l’attacco antisemita al rabbino, dal titolo «Milano indossa la Kippà».

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