La telefonata al 112 arriva alle 15 di domenica: una donna, con voce rotta ma ferma, chiede aiuto immediato e confessa di aver ucciso il padre nella loro casa di via don Giovanni Calabria, a due passi dalla fermata del metrò «Cimiano». Giovanna Jacob, 56 anni, nata a Roma, ha ammesso di aver immobilizzato il papà 87enne Carlo con delle cinghie al letto, di avergli infilato del cotone in bocca e di avergli sigillato le labbra con del nastro adesivo, per poi dedicarsi alle faccende di casa. Il padre, originario di Udine e ingegnere elettronico, soffriva da tempo di gravi problemi di salute che provocavano crisi violente e urla; secondo la figlia, i vicini si erano già lamentati in passato e lei agiva così «quasi ogni giorno» per evitare che disturbasse. «Stava avendo una crisi, non volevo urlasse», ha spiegato davanti al pm Guido Schininà, che l’ha arrestata in flagranza per omicidio aggravato dal vincolo di parentela.
Mentre confessava è apparsa lucida e stanca, pronunciando soltanto un «mi dispiace». Le forze dell’ordine, intervenute nel trilocale dove padre e figlia vivevano insieme, hanno trovato sul pavimento della camera da letto i batuffoli di cotone e le cinture usate per legarlo: la donna aveva tentato di soccorrerlo prima di chiamare i soccorsi, senza successo. Nell’appartamento è arrivato anche il medico legale. Carlo Jacob era un appassionato di cinema, tra i fondatori nel 2012 dell’associazione culturale Formacinema, e curava la sezione di fantascienza della rivista del gruppo; nell’ultimo anno le sue condizioni erano peggiorate in modo irreversibile, con crisi sempre più frequenti, fino a quella fatale di domenica.
