Ventitré coltellate. Poi viene fatta a pezzi e data alle fiamme. Federica Torzullo ha cercato disperatamente di difendersi dalla furia omicida del marito. Lo confermano quattro tagli sulle mani, oltre ai 19 inferti al collo e al volto.
L'autopsia sul cadavere della 41enne di Anguillara Sabazia racconta di un delitto compiuto con ferocia inaudita tanto da aggravare ancora di più la posizione dell'indagato. Da ieri la Procura di Civitavecchia, oltre all'occultamento di cadavere, gli contesta il nuovo reato di femminicidio, ovvero un omicidio volontario commesso «per motivi di odio, discriminazione di genere o per reprimere la libertà, i diritti della persona offesa o la sua personalità, come il rifiuto di una relazione». La pena? L'ergastolo, senza attenuanti o sconti.
L'esame autoptico è stato eseguito ieri all'Istituto di Medicina Legale de La Sapienza di Roma dalla dottoressa Benedetta Baldari per il pm, dal professor Giulio Sacchetti per la difesa, dal professor Gino Saladini per la parte civile, il figlio, e dal dottor Antonello Cirnelli sempre per la parte civile, i genitori. La donna misteriosamente scomparsa il 9 gennaio, è stata accoltellata con una lama a doppio taglio, come un coltello militare, da sub o un bisturi affilatissimo. Arma che ancora non si trova. Probabilmente colpita alle spalle mentre era nella cabina armadio per fare la valigia prima di partire, qui sono state trovate le prime tracce di sangue pulite maldestramente. L'assassino, suo marito secondo l'accusa, le avrebbe sferrato i primi colpi al collo ferendola gravemente. La Torzullo a quel punto avrebbe cercato di fermarlo tagliandosi le mani. Ma il killer la colpisce ancora una quindicina di volte fino a quando non crolla a terra. Sul lato destro del collo la lesione mortale che recide la vena giugulare.
Dalla camera superiore il marito la trascina al piano terra, qui altro sangue sul pavimento alla base delle scale viene repertato dal Ris. Per caricarla nel bagagliaio della sua Kia, Federica è alta un metro e 80 e pesa 80 chili, le piega gli arti spezzandole un femore. Non ci riesce e allora cerca di depezzarla. Altro sangue, come sugli abiti da lavoro lavati dopo la mattanza e sulla benna del bobcat usata per scavare la fossa. La spoglia, il killer, lasciandole addosso una collana e due braccialetti, oltre a un piercing. Permetteranno alla sorella Stefania di riconoscerla domenica quando i carabinieri scoprono una mano spuntare da un cumulo di detriti davanti alla ditta di Carlomagno. La gamba sinistra mutilata, probabilmente amputata dalla benna della ruspa, come le lesioni da compressione sul torace. L'addome, il bacino e gli arti inferiori sono letteralmente maciullati dall'escavatore.
L'omicida non si ferma. Per impedirne il riconoscimento dà fuoco al cadavere prima di sotterrarlo. Ustioni al volto, al collo, alle braccia e al busto, secondo gli anatomopatologi, compatibili con le fiamme. I colpi sferrati con forza sono all'addome, al bacino e agli arti.
In attesa dell'interrogatorio di oggi per la convalida del fermo il suo legale, avvocato Andrea Miroli, l'ha incontrato per un breve colloquio. Carlomagno, sorvegliato a vista nell'infermeria del penitenziario, è «in stato confusionale, non si rende conto di quanto accaduto e non ricorda nulla».