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Cronaca nera

Suicida la figlia di Lea Garofalo, l’eroina uccisa dalla ’ndrangheta

Denise Cosco si è tolta la vita a 35 anni, stessa età della madre quando fu trucidata per aver testimoniato contro il marito boss. Lei era andata avanti: “Combattere mio padre scelta di libertà”

Nella combo, da sx un momento della celebrazione dei funerali di Lea Garofalo in piazza Beccaria a Milano il 19 ottobre 2013 e - a destra - Lea Garofalo con la figlia Denise in una foto d'epoca.

«La forza me l’hai data tu». Così Denise Cosco al funerale salutava sua madre Lea Garofalo, uccisa e bruciata dalla ‘ndrangheta per avere testimoniato. Quella forza non è bastata. Cinque giorni fa, Denise si è lanciata dal quarto piano. È sopravvissuta a lungo, mentre i medici facevano il possibile per salvarla. Invano. Ieri, Avvenire dà la notizia della sua morte.

Un dramma durato 17 anni, il tunnel in cui questa ragazza è divenuta donna senza riuscire a liberarsi dal peso che si portava addosso. Dove pesava l’orrore di essere figlia della vittima e anche dell’assassino, Carlo Cosco, il marito di Lea a capo della banda criminale che aveva condannato a morte la donna, unica punizione possibile per avere parlato con lo Stato, raccontando il potere e gli affari dei clan. E forse le pesava anche non avere capito nulla dopo essersi fidanzata dopo la morte della madre proprio con uno degli uomini che l’avevano attirata in trappola e che ne distrussero il corpo dopo lo strangolamento. Il racconto che l’uomo, Carmine Venturrino, fece in aula della devastazione a colpi di badile del corpo bruciato di Lea ha accompagnato Denise in tutti questi anni.

Eppure la sua parte Denise l’aveva fatta. Quando per la prima volta, durante una vacanza in Calabria, suo padre aveva cercato di strangolare Lea, era stata lei a intervenire e salvarla. Le era stata accanto negli anni drammatici dello scontro con lo Stato, quando per una mancanza burocratica le era stato tolto il programma di protezione. Era con lei quando sua madre scriveva una lettera drammatica al Capo dello Stato, girata ai giornali e mai pubblicata, in cui già sapeva come sarebbe andata a finire: «La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi aspetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte! Inaspettata, indegna e inesorabile». La morte «indegna e inesorabile» arrivò un pomeriggio di novembre del 2009, in piazza Prealpi a Milano. Cosco è con Lea, si è fatto prestare un abbaino. Venturrino è lì sotto, sa già tutto, vede arrivare vittima e carnefice. Dieci minuti dopo Cosco scende, «o uamo fatt», l’abbiamo fatto, dice in calabrese. Poi racconterà che si è tagliato un dito, perché «la bastarda se n’era accorta». Lea aveva provato a ribellarsi, a difendersi.

«Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia, perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita», aveva detto Denise quando si era aperto il processo contro gli assassini: che avevano persino rischiato di uscire di cella, perché un giudice era stato spostato. Fu un processo quasi surreale, perché il corpo della vittima non c’era, e fu ritrovato solo nel 2012, quando gli imputati - a partire da Cosco - erano stati già condannati all’ergastolo. La storia di Lea è diventata un libro e un film, Lea è diventata un esempio per tutti. Ma non basta a salvare Denise. Che si uccide. Non ce l’ha fatta, «a ripartire con la vita».

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