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Cronaca nera

“Voleva conquistare il trono di Senese”

La giornalista Francesca Fagnani è stata la prima a intuire cosa c’era dietro al delitto. “L’omicidio ha fatto saltare certi equilibri e ne ha ricomposto altri”

Belve torna su Rai 2 dal 28 ottobre

Francesca Fagnani, giornalista, scrittrice, conduttrice con grandissimo successo di “Belve”, è stata la prima ad intuire e scrivere cosa c’era dietro il caso Diabolik e chi erano i mandanti.

Francesca, tu avevi raccontato molto prima di oggi la guerra interna alla criminalità romana e il ruolo di Diabolik. Tutto confermato. Bel colpo avevi fatto. Sei soddisfatta?

Il primo motivo di soddisfazione riguarda il fatto che finalmente, dopo sette anni, si apra il processo ai mandanti dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli, dal punto di vista criminale il più importante avvenuto a Roma negli ultimi 15 anni. Questa città non meritava che un delitto di questa portata rimanesse irrisolto, anche per il senso di insicurezza che sempre si genera in questi casi. Secondariamente, aver sostenuto con forza sin da subito una ricostruzione che oggi ha trovato una conferma da parte di chi indaga non può ovviamente che farmi piacere.

Nel tuo libro ( Mala- Roma Criminale), già indicavi il ruolo dei Senese. Come ci eri arrivata?

Innanzitutto il luogo del delitto, il parco degli Acquedotti, che si trova nel quartiere Appio Claudio, che è il feudo di Michele Senese detto ‘o pazzo, figura apicale di un cartello del narcotraffico attivo nel Lazio e non solo. Senese è stato il padrino criminale di Diabolik. L’omicidio di un suo colonello eseguito per di più proprio nel suo quartier general sarebbe stato un affronto diretto a Michele talmente intollerabile da scatenare una guerra. E invece nulla, tutto tace fino al 14 novembre del 2019, quando a tre mesi dalla morte di Diabolik si registra la prima reazione a quel delitto: due uomini in scooter tentano di uccidere Leandro Bennato, un altro fedelissimo di Michele Senese, che mai avrebbe mosso un passo senza il suo consenso. Quindi se c’era Bennato dietro la sua morte, di certo la decisione non poteva essere stata presa in autonomia. E a dare semaforo verde per un omicidio di quel livello e in quel luogo poteva essere solo il più alto in grado: Michele ‘o pazzo.

Tu avevi descritto Piscitelli non semplicemente come un capo ultrà, ma come una figura importante del narcotraffico romano.Nessuno l’aveva capito?

Appena è stato ucciso, si era ipotizzato che le ragioni di quel delitto fossero da ricercare nell’ambito di controversie nate all’interno della Curva nord della Lazio, di cui Diabolik era il leader. Non era così. Piscitelli infatti sedeva a tutti i tavoli della malavita che contano, lì dove si danno le carte, faceva affari con tutti, era un pezzo da novanta del narcotraffico, ma questo si è capito solo dopo la sua morte. Fino ad allora per tutti Fabrizio era solo il capo degli Irriducibili. Invece era molto di più, aveva un esercito (tra cui alcuni ultrà) a disposizione per il recupero dei crediti maturati nel narcotraffico.

Perché Diabolik doveva morire?

Perché era troppo ambizioso, perché non stava alle regole, perché era sempre più riluttante a corrispondere una parte dell’introito dei suoi affari illegali al clan Senese, perché non versava il contributo alle famiglie dei sodali in carcere e perché in fondo con Michele Senese in carcere si sentiva di poter essere il suo erede. Non era così.

C’è qualcosa che l’ha sorpresa in questa nuova indagine?

Due cose. Che le persone più vicine a Piscitelli sapevano e non hanno detto nulla a chi indagava. E poi mi chiedo come sia possibile che a Michele Senese, al vertice di un temuto cartello del narcotraffico, non sia stato ancora riconosciuto il 416 bis.

Quanto è cambiata, in questi sette anni, la criminalità romana?

La morte di Fabrizio Piscitelli ha sicuramente fatto saltare alcuni equilibri e ne ha ricomposto altri. All’interno dell’alleanza guidata da Senese si è registrata inizialmente una guerra a colpi di tentati omicidi tra il gruppo degli albanesi (fedelissimi a Diabolik) e quello di Leandro Bennato e Peppe Molisso, che nel frattempo avevano tentato di creare un impero del narcotraffico unendo le piazze di Casalotti Primavalle a quelle di Tor Bella Monaca, in parte riuscendoci. Ora invece sembra perdurare una certa pace che sa tanto di pax mafiosa. Sarebbe interessante capire chi decide e cosa.

Sette anni di indagini. Perché è così difficile arrivare al vertice di queste organizzazioni.

Perché dal punto di vista delle indagini esistono “omicidi” sfortunati e questo lo è stato. Innanzitutto all’inizio ci sono stati dei buchi investigativi che sono stati colmati solo in un secondo momento. Il lavoro dei Carabinieri del Comando provinciale di Roma e del nucleo investigativo coordinati dalla Procura di Roma è stato enorme. Poi va detto che lo scacchiere criminale romano non è di facile lettura, perché si tratta di gruppi che si muovono con grande fluidità e che stabiliscono sempre nuove alleanze che tradiscono di continuo. Roma è terra d’elezione di tutte le mafie tradizionali (‘ndrangheta, camorra, mafia siciliana) impastate con i poteri criminali locali e con gli epigoni della banda della Magliana. La mala romana è una palude che confonde.

Quanto conta, nella criminalità romana, il rapporto tra narcotraffico, territorio, rapporti personali e capacità di esercitare violenza?

La violenza che si esercita nelle viscere di questa città è degna della sceneggiatura di una serie messicana. Chi sgarra con le persone sbagliate, come con i gli uomini di Senese, paga. Le faccio un esempio. Quando sono stati rubati 107 kg di cocaina a Leandro Bennato, gli autori del furto sono stati sottoposti ad ogni forma di tortura, dagli aghi nelle unghie alla fiamma ossidrica passata sulla pelle nuda. Uno di loro è morto, un altro è stato fatto penzolare da un ponte mentre passava un treno. Le sembra la Roma della grande bellezza o Tijuana?

Cosa resta ancora da capire sulla morte di Diabolik?

Con questa indagine il potere di Michele Senese risulterà affievolito, sarà interessante capire chi aspirerà a prendere il suo posto. Il fatto che attualmente i pezzi da novanta siano reclusi in carcere non rappresenta purtroppo un limite alla riorganizzazione, dalla cella infatti continuano a comunicare con l’esterno e ad esercitare la loro leadership. Basti vedere quanti cripto-foninigirano dove non dovrebbero.

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