Cannabis light: a Sanremo parte l'idea di una class action

Da Sanremo parte l’idea di una class action - un’azione legale collettiva - contro la sentenza della Cassazione che vieta la vendita di cannabis light e loro derivati

Cannabis light: a Sanremo parte l'idea di una class action

“Ho aperto il negozio nel 2018, facendo un tentativo e quando mi sono reso conto che la cannabis light aveva un buon mercato, ho chiuso la pizzeria, per dedicarmi a tempo pieno a questa nuova attività. Oggi rischio di finire su una strada, per una sentenza assurda che penalizza famiglie che su questo prodotto hanno investito la propria vita, oltre al proprio denaro. Attenderemo cosa dicono i nostri legali, ma l’ipotesi di una class action, sembra una delle poche vie percorribili, se non ci sarà un dietro front”.

A parlare è Gioel Magini, titolare del “Cannabis Amsterdam Store”, di corso Garibaldi a Sanremo. Ed è proprio dalla città dei Fiori che parte l’idea di una class action - un’azione legale collettiva - contro la sentenza della Cassazione che vieta la vendita di cannabis light e derivati.

“A parte i prodotti col principio psicoattivo del thc, tutti rigorosamente inferiori allo 0,5 per cento, noi vendiamo soprattutto prodotti con cbd, che è il principio attivo che agisce sul corpo. Sfatiamo un mito che chi si rivolge ai nostri negozi è gente in cerca di sballo. Ci sono molte persone che soffrono di ansia o malattie cronico degenerative, che usano i nostri prodotti per rilassarsi o attenuare i dolori”.

I rivenditori di cannabis ora sono preoccupati: “Abbiamo impegnato la nostra vita e, dall’oggi al domani, ci vogliono far chiudere. Una decisione assurda e ipocrita: dice bene chi sostiene che è come combattere l’alcolismo vietando la vendita di birre analcoliche”.

Il problema non riguarda soltanto i negozianti, ma anche i produttori di cannabis, che si sono moltiplicati, in tutta Italia, nel giro di pochi mesi. “E’ un disastro - afferma un coltivatore imperiese, di Perinaldo - anche potendo coltivarla la cannabis light, poi chi la compra? Cercheremo di capire come si comporteranno gli altri, ma c’è in gioco il futuro di tanti giovani ce dietro questo mercato avevano impegnato il proprio futuro”.

Aggiunge: “Sapendo che la Cassazione avrebbe dovuto pronunciarsi, non abbiamo fatto grossi investimenti e per la prossima stagione non abbiamo acquistato semi. Ma anche se potessi coltivare, poi dove vendiamo? All’estero non è semplice. Mio figlio è disperato. Aveva una attività che potesse stagionale e adesso dovrà coltivare altri fiori, che richiederanno molto più tempo, prima di sbocciare. Siamo davvero sconcertati”. C’è, quindi, un altro produttore di Ospedaletti, in provincia di Imperia, che annuncia: “Non mi resta che trasferire la mia azienda all’estero, dove sicuramente si pagano meno tasse e le leggi sono più stabili. Credo che non sarò l’unico a prendere questa strada”.

Nella foto: Gioel Magini

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