Cosa succede all'1,6% dei vaccinati? Perché gli anticorpi sono al minimo

Alcune persone sviluppano una quantità minima di anticorpi anche dopo la seconda dose di Pfizer: ecco cosa succede

Cosa succede all'1,6% dei vaccinati? Perché gli anticorpi sono al minimo

Il 98,4% del personale ospedaliero dell'Ospedale Niguarda di Milano a cui è stato somministrato il vaccino ad Rna messaggero di Pfizer/BioNtech ha sviluppato gli anticorpi contro il Covid-19 in maniera molto più consistente rispetto alle attese.

Cosa accade all'1,6%?

È questo il primo risultato dello studio clinico di uno dei campioni più ampi ad oggi in Italia e chiamato "Renaissancè", ossia Rinascimento. E nome migliore e beneaugurante non poteva essere messo. Come riporta l'AdnKronos, il monitoraggio ha preso in esame, tra gennaio e febbraio, i 2.497 vaccinati sottoposti ad un prelievo di sangue dopo 14 giorni dalla seconda somministrazione con l'obiettivo di verificare la risposta immunitaria definita "molto alta" e "anche al di sopra delle aspettative", afferma il Prof. Francesco Scaglione, Direttore del Laboratorio di analisi chimiche e Microbiologia del Niguarda. A questo punto, però, la domanda sorge spontanea: ma cosa accade a quella percentuale, seppur minima ed in questo caso dell'1,6%, che non sviluppa anticorpi? C'è da dire, intanto, che sui 2.497 vaccinati, quattro di essi sono stati definiti "non responder", non hanno avuto risposta anticorpale perché si tratta di persone "immunodepresse, con trascorso di trapianti o patologie che implicano l'uso di farmaci che inibiscono la naturale risposta immunitaria".

"Meno anticorpi degli altri"

"Non è che l'1,6% non ha sviluppato anticorpi, ne ha sviluppati in una quantità che è inferiore ai 2-300 Bau (Binding Antibody Unit, ndr), l'unità di misura internazionale decisa dall'Oms. Quindi, non hanno risposto con la stessa intensità degli altri", dice in esclusiva per ilgiornale.it il Prof. Scaglione che abbiamo sentito per farci spiegare bene quali sono le possibile cause di una risposta anticorpale così bassa. "C'è uno studio in corso di svolgimento da un anno per capire quanto durano nel tempo questi anticorpi e qual è la loro capacità neutralizzante in modo da dare una dimensione a quelli che hanno risposto di meno, magari sono immunizzati come tutti gli altri", aggiunge l'esperto. Per intenderci, quindi, la risposta anticorpale c'è stata ma molto bassa: dei 2.497 vaccinati, il 62.6% del campione ha avuto una risposta superiore a 2.000 Bau/ml, il 21.6% tra 1.500 e 2.000 Bau/ml, l’11.4% presenta un titolo tra 1.000 e 1.500 Bau/ml e il 4.3% inferiore a 1.000 Bau/ml. Balza all'occhio, quindi, l'1,6% con soli 2-300 Bau, pochissimo anche se confrontati con quelli con la percentuale più bassa. "In paragone è molto bassa, ma allo stato attuale delle conoscenze non sappiamo se è neutralizzante o meno", precisa il Prof. Scaglione.

"C'è una variabilità indivuduale"

I quattro soggetti che non hanno sviluppato gli anticorpi sono immunodepressi e, per questo motivo, il loro organismo non è in grado di produrre una risposta immunitaria. Ma nel famoso 1,6%, da cosa dipende il fatto che gli anticorpi siano al minimo? "La risposta è difficile, probabilmente è genetica: alcuni soggetti possono sviluppare meno anticorpi o in ritardo rispetto ad altri. Adesso seguiremo tutti per i prossimi tre mesi, sei mesi ed un anno per vedere come procedono ma bisogna considerare la variabilità individuale. Quell'1,6% che ha risposto meno ha avuto una risposta anticorpale in misura nettamente inferiore rispetto al resto della popolazione. Non so dire se siano protetti oppure no", ci dice il microbiologo.

"Vaccino non va rifatto". L'1,6% che sviluppa pochi anticorpi dovrà rifare il vaccino? "Per adesso no, li seguiamo nel tempo e la valutazione che faremo a tre mesi dalla vaccinazione ci dirà cos'hanno: in teoria potrebbero averli uguali agli altri se avessero un ritardo nella formazione anticorpale". È una cosa da sottolineare, perché nei prossimi giorni questi soggetti potrebbero sviluppare una risposta maggiore di quella attuale e temere meno di essere infettati dal virus. La valutazione che gli esperti hanno fatto al quattordicesimo giorno dipende, biologicamente, dal picco anticorpale che in alcuni soggetti può avvenire dopo tre o quattro settimane mentre per altri può avvenire già alla prima settimana, la variabilità biologica è altissima. "È una materia tutta nuova, la stiamo studiando e trarre conclusioni allo stato attuale è difficile - aggiunge Scaglione - Però posso affermare che il 98,4% ha un 'high response' cioè risponde ad alti livelli, l'1,6% a più bassi livelli e quattro soggetti su quasi 2.500 non ha risposto per i motivi che abbiamo detto".

Più esposti alla malattia?

A questo punto un'altra domanda sorge spontanea: chi ha meno anticorpi rimane più esposto al rischio di contrarre il Covid? La risposta non è così scontata. "Anche questo non lo posso affermare: se uno ha duemila anticorpi e un altro ne ha cento non posso dire che quello che ne ha cento sicuramente non è protetto. Il concetto è questo: per uccidere un uomo ci vuole mezzo grammo di cianuro o un chilo? Ne basta anche mezzo grammo", ci dice il Prof. L'esempio in questione è calzante perché tutto dipende dalla variabilità genetica che abbiamo imparato a conoscere anche con il Covid in quei casi in cui molti non si sono ammalati pur vivendo a contatto con positivi ed altri soggetti, molto giovani, ne hanno invece contratto forme severe. Anche nel caso degli anticorpi funziona così. "In futuro sarà fondamentale il cut-off, qual è il titolo anticorpale minimo per essere protetti? Questo ancora non lo sappiamo, non lo sa nessuno", aggiunge.

Il ruolo delle cellule T

Lo studio è appena iniziato: gli operatori sanitari saranno sottoposti ad ulteriori prelievi a 3, 6 e 12 mesi dalla seconda dose per monitorare la permanenza della risposta anticorpale nel tempo. A risultati acquisiti, sarà possibile valutare anche il potere neutralizzante degli anticorpi per determinare quale possa essere la soglia minima per considerare davvero efficace la protezione contro l’infezione da Sars-Cov-2. "Andiamo a vedere non soltanto la risposta anticorpale ma anche le cellule T, quelle deputate alla memoria. Il vaccino del morbillo si fa una volta e non si fa più perché queste cellule conservano la memoria e rispondono subito - ci dice il microbiologo - Noi vedremo anche questo, se il vaccino può indurre un'immunità molto duratura. In genere rimangono, abbiamo l'esperienza dell'influenza: facciamo il vaccino ogni anno perché c'è un ceppo mutato. Bisognerà vedere cosa succede con le varianti: su quella inglese il vaccino funziona, da valutare cosa accade sulla brasiliana e sudafricana", conclude.

Commenti

Commenta anche tu
Grazie per il tuo commento