Delitto di Mozzo, una lettera scagiona il figlio della vittima

Flavio Tironi, condannato per l'omicidio della madre e latitante, si è fatto arrestare dopo il ritrovamento di una lettera del padre che confessa il delitto

Nella provincia italiana succedono cose che voi umani... Il Giornale in passato si era già occupato del cosiddetto giallo di Mozzo. Una donna viene trovata morta, sembra suicidio ma i sospetti cadono su marito e figlio. Processi su processi, una condanna poi assoluzioni su assoluzioni, finché la Cassazione, annullando l’ennesima sentenza di proscioglimento, rende definitiva l’unica condanna che li vede entrambi colpevoli.

Sono passati 14 anni: per la giustizia Flavio Tironi e suo padre Michele (che nel frattempo è morto) sono gli assassini di Gemma Lomboni, trovata dai due in cantina: la porta risulta chiusa dall’interno, viene forzata. Per terra, riversa al suolo, c’è lei: morta, con ematomi su naso, fronte, mento e ginocchia. Una collanina con due mezze lune al collo. E un cappio realizzato con un pezzo di guarnizione appeso ad un gancio sul soffitto.

In un Paese dove i colpevoli la fanno molto spesso franca, gli innocenti hanno paura di finire in galera. Flavio scappa in Brasile. Latitante. Fino a ieri, quando – come rivela il sito www.frontedelblog.it - Flavio non si fa arrestare. Perché?

Perché forse la fine di uno dei più probabili e gravi errori giudiziari di questo paese si sta avvicinando. Perché qualche mese fa è spuntata una vecchia lettera in cui il padre, Michele, ormai defunto, si autoaccusava del delitto.

Lorenza, la compagna di Tironi, racconta a frontedelblog le ultime ore della latitanza di Flavio: «Ora deve fatto rientrare il prima possibile. Voleva costituirsi già mesi fa, ma prima voleva assicurarsi che anche io e il bimbo, che è nato qui, potessimo avere i documenti per espatriare. Sul passaporto, per la legge brasiliana, va sempre apposta la firma del padre per poter far uscire il bimbo. Ma lui era latitante e non poteva. Adesso speriamo che qualcuno ci dia una mano a compilare i documenti e a rientrare. E spero che non costino troppo, perché io non ho aiuti nemmeno per vivere».

Flavio era, è innocente. Nel 1994, quando vede la madre, Flavio pensa che abbia tentato di impiccarsi, che poi sia caduta e morta. Stacca il cappio e lo appoggia in uno scatolone su un ripiano. Il magistrato dispone l’autopsia. Non ci sono indagati e quindi non viene svolta con un contraddittorio. Ma il referto è terribile: “Asfissia da strozzamento” con una “costrizione manuale del collo con compressione manuale dell’apertura orale”. Insomma, sarebbe stata strangolata. Altri periti dicono che si è impiccata. Scatta l’ipotesi dell’omicidio, eppure Gemma era depressa, si era rotta il ginocchio e forse temeva che le dovessero amputare una gamba.

Padre e figlio vengono assolti a Bergamo nel 2002, il solo Flavio viene condannato a Brescia in appello nel 2003, la Cassazione annulla nel 2004. Nuovo processo alla Corte d’Assise d’Appello di Milano nel 2005, che assolve entrambi. Annullamento del processo in Cassazione nel dicembre del 2006. Nuovo processo in appello a Milano nel 2008 in cui entrambi vengono condannati a ventidue anni. E Cassazione che stavolta conferma definitivamente la sentenza il 3 dicembre 2008. Ma Flavio è già in Brasile con la compagna che nel frattempo ha trovato, e che le ha dato un figlio.

La lettera del padre saltata fuori da un cassetto chiarisce tutto. E’ datata 21 aprile 2008, sei giorni dopo la sentenza di condanna in appello a Milano. Michele forse sperava di essere assolto, e non ha mai ammesso le sue colpe trascinando in una palude giudiziaria il figlio Flavio. E’ una clamorosa confessione quella che scagiona Flavio: «Sono passati ben quattordici anni… E non riesco più a tener dentro questo peso. È stata una disgrazia…Quel giorno sono salito dal laboratorio verso le dodici e trenta, trovo mio figlio che parla con mia moglie nella stanza in parte alle scale. Subito dopo mi raggiunge in cucina per mangiare …mio figlio …mi dice che vedeva la mamma particolarmente scossa e secondo lui era da far ricoverare al più presto. Mentre parlavamo dello stato di salute di mia moglie lei entra in cucina probabilmente ci sta ascoltando. Incominciò a dire al figlio “Non dare ascolto a tuo padre”». Flavio esce di casa per andare da un amico. «Subito dopo scende mia moglie in Laboratorio…chiedo dove stesse andando e lei già in uno stato alterato mi rispose: vado a prendere da bere. L’ho seguita da basso in cantina e lì sotto, quando si è accorta che c’ero anch’io ha incominciato ad inveirmi contro dicendomi che in casa sua era la padrona e che faceva tutto quello che voleva. Gli dissi “bere ti fa male te lo ha detto anche il medico”. Continuava a urlarmi contro con maggior forza e foga alzando sempre di più la voce, aggredendomi. In quel momento gli misi una mano sulla bocca e l’altra al collo non so per quanto tempo. Si girò di scatto su se stessa e non riuscendo più a tenerla è caduta sul pavimento. Mi accorsi che non aveva più vita e presi paura sono salito subito… nel laboratorio… L’istinto di sopravvivenza mi fece balenare l’idea del suicidio. Presi un pezzo di guaina la tagliai e tornai in cantina dove l’ho legata ad un gancio. Subito dopo sono risalito e con l’aiuto di un piccolo ferro girai la chiave dentro la serratura tenendo la chiave all’interno».

Flavio non ha mai saputo nulla. «Io gli feci notare il cappio appeso – scrive Michele nella lettera confessione – e dissi a mio figlio di toglierlo e lui lo fece…Confesso solo ora come è andata perché solo ora ne trovo il coraggio. Mi dispiace è stato un incidente. …Devo delle scuse a Flavio, mio figlio… Non mi ha mai condannato perché ha sempre creduto in cuor suo che tutto ciò non era possibile».

La lettera, dice l’avvocato di Flavio, Claudio Defilippi a frontedelblog.it,  verrà usata come prova per la richiesta di revisione del processo: «La porteremo a Venezia, perché a Brescia abbiamo già avuto un rigetto e per la Cassazione è a quel punto possibile chiedere la revisione ad una corte d’appello diversa e competente su Brescia. Quanto a Flavio, stiamo chiedendo l’espulsione dal Brasile, invece dell’estradizione. È più rapida e la nostra è una corsa contro il tempo».

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