Ecco l'impero degli scafisti sequestrato a Trapani

Ristoranti, aziende agricole, attività commerciali, così come beni immobili per un valore complessivo di tre milioni di Euro: il sodalizio criminale italo - tunisino guidato da Moncer Fadhel era riuscito a mettere le mani su una vasta fortuna grazie al traffico di esseri umani.

Il ristorante Bellavista di Mazara del Vallo
Il ristorante Bellavista di Mazara del Vallo

Un interno accogliente, con una vista mozzafiato che dà verso il mare di Mazara del Vallo, tante foto di pesce fresco appena servito e delle recensioni complessivamente positive da parte dei clienti: si presenta così, nelle piattaforme sul web, il ristorante “Bellavista”. Un posto elegante, dove poter gustare i frutti del Mediterraneo in riva al mare africano.

Ma in realtà dietro questa apparente normale attività commerciale, si celano ben altri business che con il Mediterraneo hanno sì a che fare, ma in modo completamente diverso. Il ristorante è infatti tra i beni sequestrati al tunisino Moncer Fadhel, soprannominato Boulaya per via della sua folta barba da cui prende il nome l’operazione “Barbanera”. I finanzieri all’alba di questo martedì, oltre a fermare Fadhel e ben 11 suoi complici, mentre due risultano ancora non ritracciati, sequestrano numerose attività al tunisino.

Secondo gli inquirenti, è lui il capo di una banda che da anni organizza viaggi della speranza con gommoni e barche veloci tra la Tunisia e la provincia di Trapani. Un sodalizio criminale che fa fruttare a Fadhel molti soldi, tanto da diventare uno dei capi indiscussi della malavita locale. C’è chi afferma, leggendo i risultati delle intercettazioni, che lui ed i suoi complici tunisini sono i veri leader: “Ormai cumannanu”, afferma un ragazzo intercettato proprio a Mazara del Vallo.

Soldi, potere e soprattutto facilità con la quale si riescono ad organizzare sempre più viaggi dalla Tunisia. Fadhel a telefono si vanta di corrompere funzionari tunisini, i quali non impediscono le partenze dei suoi gommoni. Ed in questi anni accumula un patrimonio di tutto rispetto. Il sequestro di beni immobili operato dai finanzieri è di tre milioni di Euro. Ma a queste somme occorre aggiungere tre attività commerciali: il ristorante per l’appunto, così come un’azienda agricola ed un cantiere nautico. Tutte società riconducibili a Fadhel oppure ai suoi prestanomi che, in alcuni casi, sono anche italiani. Tra i destinatari dei fermi dell’operazione Barbanera infatti, almeno sei sono della provincia di Trapani.

Un sodalizio in cui tunisini ed italiani non hanno problemi di convivenza, tutt’altro sembrano invece dividersi i compiti. È infatti con la complicità di alcuni pescherecci locali e con il supporto di alcuni soggetti residenti tra le province di Trapani e Palermo, che l’organizzazione di Fadhel riesce a portare a termine i propri piani criminali. Non solo sbarco dei migranti tunisini, che pagano in media tremila Euro a testa per traversare il canale di Sicilia, ma anche contrabbando di sigarette rivendute poi nei mercati rionali di Palermo.

Un giro d’affari che permette a Fadhel di comportarsi come un “comune” boss della mafia locale, con tanto di investimenti in attività commerciali finalizzati a coprire i guadagni illeciti. Alcuni dei suoi uomini arrestati, vengono intercettati al porto di Palermo mentre aspettano di salpare alla volta della Tunisia con trentamila Euro in contanti nelle loro valigie.

Nella disponibilità dell’organizzazione criminale italo – tunisina, risultano come detto anche diversi beni immobili: pescherecci, motori, gommoni, barche ed automezzi, spesso utilizzati per mandare avanti la propria attività illecita.

Un vero e proprio impero, a cui in queste ore vengono apposti i sigilli da parte della Guardia di Finanza.

Un impero che, tra le altre cose, ben descrive la caratura criminale sia dello stesso Fadhel che dei suoi complici e che testimonia come, di fatto, le organizzazioni tunisine ed italo – tunisine occupino oramai ruoli di primo piano nella malavita locale.

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