Ecco perché anche il vaccino Johnson&Johnson è a rischio

L'attacco alle piastrine del sangue è causato dal vettore? Se fosse come AstraZeneca, la campagna vaccinale potrebbe subire una battuta d'arresto anche con J&J

Ecco perché anche il vaccino Johnson&Johnson è a rischio

La campagna di vaccinazione rischia di subire un'altra battuta d'arresto. Nonostante la grande fiducia riposta nei confronti di Johnson&Johnson, si teme di fare i conti con l'ennesimo rallentamento e con ulteriori ritardi rispetto alla tabella di marcia tracciata dal nuovo piano del commissario Figliuolo. Per capire le motivazioni alla base di tale pericolo occorre partire dall'ipotetica connessione tra AstraZeneca, le trombosi cerebrali e alcuni tipi di eventi emorragici: gli esperti riuniti ad Amsterdam stanno prendendo in esame uno studio tedesco secondo cui le rare reazioni potrebbero essere causate da una risposta immunitaria che contribuirebbe a ridurre le piastrine nel sangue. Per il momento l'incidenza dei casi sul numero di vaccinati resta molto bassa, ma i 31 eventi trombotici segnalati in Germania in soli due mesi hanno fatto scattare l'allarme, anche perché il numero dei casi sembra essere destinato ad aumentare con il passare dei giorni.

Perché rischia anche J&J

L'origine dell'attacco alle piastrine del sangue non è stata ancora ufficialmente chiarita, ma gli esperti dell'Ema starebbero iniziando a sospettare che la causa possa essere proprio nel vettore, l'adenovirus che trasporta la proteina spike, che a sua volta genererebbe la risposta immunitaria. Se così fosse, la campagna vaccinale potrebbe diventare vittima di un altro stop: lo stesso meccanismo, si legge su La Stampa, è adottato dal vaccino targato Johnson&Johnson (anche se con adenovirus umani e non dello scimpanzè) e da quello tutto made in Italy di Reithera ancora in fase sperimentale.

Nel frattempo si fa sempre più vivo l'asse tra Amsterdam e Roma. I colloqui tra l'Aifa e il ministero della Salute si intensificano e con il trascorrere delle ore diventa sempre più probabile l'ipotesi di limitare la somministrazione di AstraZeneca agli over 55-60. Allo stato attuale non vi sono evidenze sul fatto che la risposta immunitaria perduri nel tempo: ecco perché l'orientamento per il richiamo è quello di non cambiare vaccino. Le Regioni, di fronte all'ennesimo intoppo con l'antidoto anglo-svedese, sarebbero costrette a rivedere ancora una volta la loro agenda.

In Germania la Commissione vaccinale permanente ha consigliato agli under 60 che hanno già ricevuto la prima dose di AstraZeneca di ricorrere a un vaccino diverso (quindi Pfizer o Moderna) per il richiamo. La seconda dose viene somministrata dopo 12 settiamane e dunque in Italia interesserebbe milioni di persone. Per ora dal ministero della Salute si continua a ritenere che non vi siano abbastanza dati certi sull'efficacia di due vaccini diversi inoculati nello stesso paziente.

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