Ecco perché è impossibile prevenire i terremoti

Secondo i sismologi potrebbero esserci altri terremoti, anche di magnitudo 5

“I terremoti dipendono da leggi che non conosciamo. I giapponesi perforarono in quell’occasione con grandi difficoltà la crosta a 7 mila metri di profondità. Ma l’impresa, ai limiti della tecnologia e irripetibile, non ha permesso di avanzare nelle conoscenze del fenomeno” dove avvengono, le zone interessate, ma i processi che li determinano e che sono alla base dei fenomeni ancora li ignoriamo”. Lo spiega al Corriere della Sera, Andrea Billi dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Cnr. “Siamo davanti a un fenomeno caotico — precisa Billi — e quando riusciremo a renderlo ordinato allora potremmo avere degli elementi con indizi concreti su quello che sta per succedere”.

In assenza delle conoscenze di base per prevenire disastri e vittime è necessario investire di più in ricerca. “Prima di tutto bisognerebbe realizzare reti di monitoraggio più intense nei punti di rilievo e poi sarebbe opportuno effettuare perforazioni più sofisticate nelle zone di faglia dove si origina il sisma per capire che cosa sia successo”, prosegue il geologo. La causa principale dei terremoti è lo scontro tra le 7 placche di grandi dimensioni e altre otto più piccole in cui è suddivisa la crosta terrestre. Sono placche in continuo movimento, alimentato dal calore sprigionato dal cuore della Terra e dai suoi materiali radioattivi. Secondo Alessandro Amato dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e autore del libro ‘Sotto i nostri piedi’ affinché “le perforazioni siano efficaci bisognerebbe essere in grado di scendere per diversi chilometri in profondità e questo è difficile da fare, quasi impossibile”. Ma questo la tecnologia ancora non lo consente e le perforazioni finora effettuate non hanno dato i risultati sperati. A livello internazionale è nata la rete ICDP (International Continental Scientific Drilling Program) che coordina simili interventi. Il terremoto più violento della storia è senza dubbio quello che nel 2011 ha colpito il Giappone provocando l’esplosione della centrale nucleare di Fukushima. Raggiunse il nono grado della scala Richter arrivando persino a spostare l’asse terrestre di 17 centimetri e la sua faglia spaccò il fondo dell’oceano, mentre il moto relativo tra le due placche raggiunse i 50 metri. “I giapponesi perforarono in quell’occasione con grandi difficoltà la crosta a 7 mila metri di profondità. Ma l’impresa, ai limiti della tecnologia e irripetibile, non ha permesso di avanzare nelle conoscenze del fenomeno”, spiega Amato.

“Bisognerebbe rilevare le variazioni chimico-fisiche e mineralogiche del sottosuolo durante le fasi di rottura — precisa Amato — e vedere come cambia la composizione per riuscire a determinare le cause che portano la faglia a rompersi”. “Per ora – aggiunge - ci limitiamo a portare in laboratorio dei campioni di rocce simulando su di essi dei microsismi e scoprire che cosa succede. Anche se raccogliamo dati utili, questi restano sempre troppo limitati nel significato. Ciò che avviene in grande nel sottosuolo risulta più complesso”. Secondo Amato per capirne di più è necessario aumentare i punti di rilevazione dei dati così da tracciare più dettagliate, oltre ad approfondire i rilevamenti con i satelliti e i sistemi Gps per misurare le deformazioni del suolo. “Tutti questi dati – dice lo scienziato - ci consentirebbero di costruire dei modelli teorici dei fenomeni più vicini alla realtà raccogliendo indizi utili. Ma la strada è lunga e richiederà forse decenni per trovare risposte adeguate”. Dal 24 agosto ad oggi ci sono state 21mila scosse ma non tutte di magnitudo elevata. Dopo la scossa di grado 6.5 (dove il suolo risulta essere sprofondato fino a 70 centimetri) si sono avuto 720 scosse di cui 217 tra 3 e 4 gradi e 18 tra i 4 e i 5. Secondo i sismologi potrebbero esserci altri terremoti, anche di magnitudo 5.

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