Un patrimonio per lettori e Paese

Indro Montanelli è un pezzo di Storia patria. Uno di quei personaggi che caratterizzano un'epoca, che lasciano un'orma indelebile per ciò che hanno fatto e per lo stile inconfondibile che li ha resi unici, irripetibili

Un patrimonio per lettori e Paese

Indro Montanelli è un pezzo di Storia patria. Uno di quei personaggi che caratterizzano un'epoca, che lasciano un'orma indelebile per ciò che hanno fatto e per lo stile inconfondibile che li ha resi unici, irripetibili. Uomini che hanno avuto una visione del mondo chiara, un punto di vista ben definito, una collocazione - nel suo caso nella cultura liberale - senza dubbi e infingimenti, ma che per la loro statura sono diventati patrimonio comune di un Paese. Tutti, anche i nemici, alla fine hanno considerato Montanelli un punto di riferimento, un maestro. Al punto che i brigatisti che lo ferirono gravemente nel 1977, si avvalsero poi del suo aiuto per mettere in scena uno spettacolo teatrale. E lui non si tirò indietro: in fondo c'è anche una dimensione pedagogica del giornalismo, che ritrovi nella capacità di spingere chi ti legge, usando a volte toni sferzanti, altre volte dialogando, altre ancora insinuando dubbi, a mettersi in discussione, a guardare la realtà per quel che è senza farsi obnubilare da ideologie vecchie e nuove. La vita di Montanelli è costellata di episodi così. Ed è probabilmente l'aneddotica il modo più efficace per descriverlo, senza incorrere nella retorica che circonda sempre simili campioni del pensiero. Ecco perché sono preziosi i racconti di chi lo ha conosciuto, di chi ha lavorato a stretto gomito con lui, di chi ne ha condiviso gioie e dolori.

Questo libro è una raccolta delle testimonianze dei suoi compagni di molte avventure e di chi, in un modo o nell'altro, ha avuto la fortuna di conoscerlo. Giornalisti che insieme a lui hanno fondato e inventato il Giornale come Mario Cervi, Enzo Bettiza, Paolo Granzotto; o che hanno lavorato in questa testata come Beppe Severgnini e Mario Giordano; oppure che vi hanno collaborato come quel Giampiero Mughini che, pur militando per un periodo nell'estrema sinistra, fu strenuo difensore di Montanelli nei salotti di una certa borghesia radical chic che all'epoca lo additava come un fascista. E, osservandolo attraverso tanti episodi di vita, il lettore può farsi un'idea più oggettiva, più vera di un personaggio che mai come ora viene tirato per la giacca, spesso in maniera strumentale, dai tanti che vogliono assicurarsi un padre di prestigio. Ecco perché il vero Montanelli è quello che nel furore della competizione tra inviati per arrivare prima degli altri a Budapest, nei giorni della rivolta del popolo ungherese contro l'Unione Sovietica, non esitò a mettersi in viaggio in calzoni tirolesi perché quando gli arrivò la notizia era impegnato in una caccia al gallo cedrone in Austria. O, ancora, è quello che usando un'ironia pungente e dissacrante, trasformò un processo per diffamazione, intentato contro di lui dal leader democristiano Ciriaco De Mita, in una commedia dell'arte nell'aula del tribunale che conquistò giudici e pubblico. Ma è anche quello che celebrò la nascita del Giornale in un picnic, «battezzata» con la nota un po' snob del brindisi con lo champagne servito nei bicchieri di carta.

La verità è che al di là del monumento che non puoi non fargli, maestoso e imperituro, Indro Montanelli è, soprattutto, un grande cronista, un grande inviato. Di quelli di una volta, con la lettera maiuscola. Un giornalista vero, che viveva con l'ossessione di trovare un efficace controcorrente e che si trovava a proprio agio, soprattutto, nel riguardare e correggere fino a notte fonda i titoli del giornale in tipografia, tra il rumore delle rotative e l'odor dell'inchiostro. Un giornalismo, appunto, epico, che al giorno d'oggi è raro o forse, addirittura, non esiste più. Fatto di fughe nella notte durante gli anni di piombo ma anche di pomeriggi trascorsi con l'amico Cervi a guardare gli episodi dell'Ispettore Derrick in Tv. Un'esistenza cadenzata dall'adrenalina per gli scoop, dalla sofferenza per l'attentato delle Br, dalla tristezza per l'addio alla sua creatura, il Giornale. O dalla travolgente curiosità che animava un insuperabile maestro del mestiere come lui, sia quando discuteva con i potenti, sia quando si intratteneva con i pensionati, seduto sulla panchina del parco che un giorno porterà il suo nome. Una personalità coerente tra la sfera pubblica e quella privata, che confessava di aver avuto forse un figlio segreto, che aveva una passione per Gomulka, non il leader dei comunisti polacchi dell'epoca ma il suo fedele cane, che si appassionava alle scommesse sulle partite della Fiorentina con i colleghi. Ma, soprattutto, fedele ad un'amica, di più, ad un'amante inseparabile, l'Olivetti lettera 22 verde, compagna di tante battaglie condotte sulla tolda di comando del Giornale.