Emilio Campassi, il maestro ingannato da "Maradona è megli’e Pelè"

Con un colpo di genio e diverse settimane prima che il fuoriclasse argentino fosse acquistato dal Napoli, ha scritto, insieme a Bruno Lanza, la canzone più famosa del calcio ma senza incassare nulla. Finchè Diego Armando in persona...

Emilio Campassi con Diego Armando Maradona
Emilio Campassi con Diego Armando Maradona

«Ma chi è questo Maradona? Non è Pelè il giocatore più forte del mondo?…» Comincia così, con una strofa stonata, con una frase fuori posto, con una domanda sacrilega, la storia dell’inno di Mameli del calcio napoletano, ma anche, forse, del calcio tutto, dell’unica canzone che, quando c’era «Lui», faceva battere il corazon più di O’ Sole mio e 'O surdato ’nnammurato. Tre uomini stanno per incontrarsi e diventare una cosa sola e non potrebbero essere più diversi: uno sa tutto di calcio, l’altro non sa niente. Il terzo è Diego Armando Maradona.

Ha 24 anni, gioca nel Barcellona, ha recuperato da poco da un infortunio, una caviglia spezzata in tre punti, e lo hanno appena squalificato per tre mesi. Il motivo: ha scatenato a fine partita una rissa da far west nella finale di Coppa di Spagna contro l’Atletico Bilbao. Voleva vendicarsi di Andoni Goikoetxea, un basco dalla faccia da pugile che chiamano «il macellaio di Bilbao», per il Times il giocatore più cattivo di tutti i tempi. L’uomo che nove mesi prima gli ha spezzato la caviglia. Maradona, per quella rissa, si scusa solo con il re di Spagna Juan Carlos che lo riceve a Palazzo Reale: per avere il suo perdono gli chiede la maglia numero 10 con l’autografo. Poi Diego dice: io in Spagna non voglio giocare più. Già, ma per andare dove? C’è una voce pazzesca che gira. Dicono che andrà al Napoli. Il miglior giocatore di tutti i tempi che va in una squadra che non ha mai vinto niente. È una città che gli somiglia, sembra disegnata apposta per lui, ma ci vuole altro per portarlo a Napoli. Per esempio 14 miliardi delle vecchie lire che nel 1984 sono una cifra spaventosa. Ma poi cosa ci va a fare in una squadra che ha Celestini, Carannante e Caffarelli e che è arrivata undicesima in campionato a un punto dalla serie B?

In quelle giornate di giugno che non finiscono mai, nell’attesa del Messia venuto da Lanus, il «Maradona è megli’e Pelè, ci hanno fatto o’ mazz’tant pe’ll avè», altrimenti detto Inno a Maradona, nasce come speranza e come preghiera prima che come certezza, nelle parole e nella musica di Bruno Lanza e Emilio Campassi, quello che non sa niente di calcio e quello che invece sa tutto. Lanza è un uomo tutto d’un pezzo ma dal cuore grande. Ha scritto più di settecento canzoni, anche per Bocelli, Ranieri, Cocciante, Califano, Morandi, Dalla ed è sua la domanda senza senso «Ma chi è questo Maradona? », che senza senso non è per chi il calcio sa appena cosa sia.

Era Mario Campassi invece, maestro estroso e gentile, quello che viveva per il Napoli, che leggeva tutti i giornali, che amava la squadra come se fosse la musica. Lavorano insieme, e bene, da anni, ed è un pò che Campassi va a trovare Lanza, ogni giorno, in piazza Carlo III, con una pila di giornali sotto il braccio: lo sai che stiamo comprando Maradona? gli dice, non ci posso ancora credere. Ma chi è? fa l’altro, senza sapere di bestemmiare. Come chi è? È il giocatore più forte del mondo… Si guardano un attimo, come fulminati. Dicevano ad Amici miei. Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione. Sono due musicisti, le parole hanno a volte una metrica che dice altro, che solo chi ha orecchio può sentire. Maradona è meglio e Pelè… diventa la risposta e un attimo dopo un mantra, un tormentone, un grido di battaglia consegnato all’eternità.

In realtà in quel momento dell’arrivo di Maradona, non v’è certezza, un giorno si dice si, un giorno si dice no. Ma i due compongono il brano lo stesso, in un attimo, di getto. Corrono di corsa al pianoforte del piano di sopra di casa Lanza, probabilmente si sentono due pazzi, e in una mezz’oretta l’Azzurro degli azzurri è pronto. Poi Campassi trascina l’amico allo Studio Sette di via Santa Lucia per le registrazioni e anche il nastro è stampato in un amen. Prima ancora che il Napoli compri Maradona c’è l’audiocassetta che ne canta la grandezza. Due canzoni soltanto: Maradona è megl’e Pelè, appunto, e Tango di Maradona, cover di una canzone argentina. C’è solo da aspettare e pregare. Che si trovino 14 miliardi, che Maradona dica si e che si fotta la serie B.

La conferma, o l’«Annunciazione », scorre in un sottotitolo di due tv del posto, Canale 2 e Telestudio 50: «Maradona è del Napoli!». E il 30 giugno 1984. Le strade, i quartieri, le piazze, si riempiono di tifosi in festa; più di cento bambini, nati in quelle settimane vengono battezzati Diego Armando; alle elezioni europee il quattro per cento dei napoletani scrive sulla scheda il nome di Maradona. Napoli ha un nuovo Viceré e San Gennaro un concorrente.

Stampano 35mila copie della cassetta, che Lanza tiene nascoste in casa per quasi un mese, pregando tutti i santi che facciano il miracolo, e all’annuncio le mandano subito in giro. Sembra un’enormità, invece non è niente, sembra l’inizio della fortuna, invece è la fine. La macchina del falso si mette in moto e stritola tutto, anticipa quello che sarà la tecnologia del Duemila, prendere senza pagare, fare i soldi con le idee degli altri. La canzone, facile, orecchiabile, divertente, è un successo spaventoso: due milioni di nastri pirata venduti, cifre che passano il miliardo di lire di incassi, ma non per Campassi e Lanza. Prendono le briciole di ciò che è loro, che non hanno soldi abbastanza per ristampare il loro prodotto, alla fine vincono le bancarelle dei tarocchi. Lanza racconta di aver guadagnato si e no tre milioni di lire e Campassi più o meno uguale. Eppure non c’era mercato dove non si sentisse risuonare le note di quella canzone. Tutto comincia alle 18.31 di giovedì 5 luglio, quando «Lui», Diego Armando Maradona, in maglietta bianca e pantaloni della tuta, si presenta al San Paolo per essere incoronato re: «Buonasera napoletani, sono molto felice di essere con voi…» Quello che poi ha fatto a Napoli, diceva Pino Daniele, «lo hanno fatto solo i Borboni e Masaniello».

E Emilio? Emilio il maestro, Emilio il timido, Emilio il tifoso, dal viso affilato e il sorriso appena accennato, che aveva scritto per Fred Bongusto, collaborato con Zucchero e lanciato con Nisciuno ‘o po' capì il giovane Peppino Gagliardi, continuò a vivere la vita di sempre, anche se la sua creatura era popolare quanto chi l’aveva ispirata, e a partire da casa come ogni sera al centro direzionale di Napoli, per suonare nei pianobar e nei locali notturni per sbancare il lunario. Fu pianista di successo su Canale 10, anche nelle trasmissioni sportive, e famoso come Peppino e Eduardo, ma squattrinato come prima. Diego il viceré lo volle conoscere, lo ingaggiò per comporre una delicata melodia per la prima figlia, Dalma. Veniva invitato a tutte le feste del Napoli, come fosse uno della squadra, e a casa Maradona: era felice anche così. Al contrario di Lanza che più schivo El Pibe non lo ha conosciuto mai, nemmeno quando è tornato dopo anni.

Campassi dopo il primo scudetto ha un altra idea: una canzone cantata da tutti i giocatori del Napoli. Ci stanno tutti, Diego per primo. Si intitolerà La favola più bella e celebrerà il secondo scudetto del Napoli. Racconta il figlio Marco che da Londra arriva la Bbc a intervistarlo, anzi di più. Vogliono fare un docufilm su di lui, le sue canzoni, il tifo di Napoli. Forse è la volta buona, forse cambia tutto. Invece no. Lo scudetto lo vince il Milan di Sacchi. E tutto viene rimandato di un paio di anni. Poi il tempo consuma tutto: Maradona non c’è più, Maradona è megli’e Pelè è rimasta. Lui invece se ne è andato a 53 anni: il 5 marzo di quest’anno avrebbe compiuto 80 anni. L’anno in cui il Napoli è tornato a vincere in Coppa Italia, l’anno in cui un altro argentino con il numero 10 sulla maglia del Barcellona si è presentato al San Paolo ma per segnare agli azzurri non per gli azzurri. Una delle canzoni più famose di Emilio Campassi si intitola Lassù qualcuno mi ama. Ma anche quaggiù, Maestro. E non sono pochi.

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