Il gesto forte del Papa: così scuote le coscienze sulla guerra in Ucraina

Papa Francesco si prepara ad una mossa plateale sulla guerra in Ucraina. Nel frattempo, il cardinale e segretario di Stato Parolin ribadisce la posizione del Vaticano ed apre ancora alla mediazione

Il gesto forte del Papa: così scuote le coscienze sulla guerra in Ucraina

Papa Francesco continua ad adoperarsi attraverso canali diplomatici per contribuire alla pace in Ucraina ma si prepara anche ad un gesto forte: il pontefice argentino consacrerà tanto la nazione presieduta da Volodymyr Zelensky quanto quella di Vladimir Putin al cuore immacolato di Maria. La celebrazione avrà luogo il prossimo 25 marzo, in occasione della Penitenza e durante la festività dell'Annunciazione.

L'ex arcivescovo di Buenos Aires ha chiesto in via ufficiale a tutti i vescovi della Chiesa cattolica di unirsi, mentre in Vaticano si rincorrono voci sulla possibile presenza del pontefice emerito Benedetto XVI. Per ora si tratta di una mera suggestione: sono molti anni che Joseph Ratzinger non prende parte ad una funzione pubblica. Ma non è detto che le circostanze non possano spingere l'ex successore di Pietro ad uscire dal monastero Mater Ecclesiae per recarsi nella Basilica di San Pietro.

L'atto di consacrazione per entrambe le nazioni conferma l'impostazione del pontefice argentino sulla ricerca della pace: per il Santo Padre e per la Santa Sede, la fine delle ostilità non è raggiungibile sostenendo, a mo' di tifo, le ragioni dell'una o dell'altra parte in conflitto. Il Vaticano, nonostante gli attacchi ricevuti da qualche media progressista, ha riconosciuto il diritto dell'Ucraina di difendersi per mezzo delle armi.

La presa di posizione ufficiale è arrivata tramite le dichiarazioni rilasciate dal cardinale e segretario di Stato Pietro Parolin a Vida Nueva, settimanale spagnolo: "Il diritto a difendere la propria vita, il proprio popolo e il proprio Paese comporta talvolta anche il triste ricorso alle armi".

Non c'è, insomma, quella "inaccettabile equidistanza" denunciata da Le Monde. Certo, il Papa non può parlare il linguaggio della politica e deve tenere aperto ogni canale di dialogo. Nel caso in cui Ucraina e Russia volessero davvero che la mediazione sul conflitto coinvolgesse il Vaticano, l'invito dovrebbe arrivare da ambo le parti: questa è la tradizione che vige in materia diplomatica. E gli attori di questa fase storica conoscono bene la prassi. Parolin, nella medesima intervista citata, ha ribadito che la Santa Sede è ancora disponibile a svolgere la funzione di mediatore.

La consacrazione potrebbe non essere l'unico intervento plateale del Papa gesuita: la strada che conduce ad una visita a Kyev è pressoché impraticabile. E sempre la tradizione di cui sopra vorrebbe che il Santo Padre, in caso, si recasse anche a Mosca. La natura difficile di una visita apostolica di questo tipo e durante una guerra non impedisce a molti addetti ai lavori di parlarne: Jorge Mario Bergoglio, come la conversazione tenuta di recente con il patriarca ortodosso moscovita Kirill dimostra, ha aperto un canale di dialogo anche con le istituzioni cristiane russe.

Non solo: secondo quanto dichiarato da Alekseij Paramonov, che è il direttore del Diparimento del ministero degli Esteri russo che si occupa dell'Europa, Santa Sede e Russia continuano a parlarsi. Il vescovo di Roma, secondo il vertice russo e così come ripercorso dall'agenzia Nova, avrebbe "mostrato un sincero interesse a comprendere, per quanto possibile, la situazione in Ucraina e formarsi una propria opinione".

In contemporanea, dalle parti di piazza San Pietro, hanno ennesimamente chiarito quale sia la visione sul conflitto innestato da Vladimir Putin: "In Ucraina scorrono fiumi di sangue e di lacrime. Non si tratta solo di un'operazione militare ma di guerra che semina morte, distruzione e miseria", ha tuonato sempre Parolin, utilizzando peraltro le medesime parole del vertice della Chiesa cattolica, nella Messa del 16 marzo scorso per la pace in Ucraina.

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