L'arrocco dei salotti per salvare lo status quo

L'arrocco dei salotti per salvare lo status quo

Il salotto buono del capitalismo non molla il Corriere della Sera. L'ultimo baluardo degli ex poteri forti, cioè il gruppo storico dei grandi azionisti della Rcs-Rizzoli, reagisce all'offerta lanciata cinque settimane fa da Urbano Cairo e propone la sua controfferta: 0,70 euro cash per ogni azione Rcs. Molto meglio di quella di Cairo, che per un titolo Rcs offre 0,12 titoli della sua società, Cairo Communication. Il che, ai prezzi di ieri in Borsa, equivale a circa 0,52 euro.

Chi poteva pensare che per il Corrierone una nuova era fosse alle porte, ora forse dovrà ricredersi. A lanciare un'Opa da 282 milioni e a coprirla per il 55% del suo valore sono gli attuali soci: Mediobanca, Unipol, Pirelli e Diego Della Valle (insieme hanno già il 22,6%). Mentre a fare da cavaliere bianco è arrivato Andrea Bonomi, finanziere italiano che guida un fondo di private equity internazionale, Investindustrial, e che nell'operazione è pronto a investire fino a 164 milioni.

Fin qui il succo. Ma la polpa, come spesso accade, va cercata in controluce. Allora cominciamo col dire che l'operazione suona come la reazione di Mediobanca all'iniziativa di Cairo, appoggiato dall'altra grande banca presente nel capitale di Rcs, cioè Intesa Sanpaolo. Un'operazione che appare anche per questo più politica che industriale.

Nel documento d'offerta poco si dice sul progetto editoriale per Rcs, che viene lasciato nelle mani degli (...)

(...) attuali manager, guidati dall'ad Laura Cioli. Mentre tra i proponenti, il «nuovo» è rappresentato da un private equity che, per sua natura, non è un investitore di lungo periodo: prima o poi vende per portare ai suoi investitori un profitto. Per quanto riguarda gli altri soci, essi restano sempre gli stessi, presenti da lustri nel capitale di una società che negli ultimi 5 anni ha accumulato 1,3 miliardi di perdite, bruciando 500 milioni di aumenti di capitale, altri 600 dalle cessioni dei gioielli di famiglia (compresa la Rcs Libri e la sede del Corriere di via Solferino) e avendone ancora 400 di debiti. Nell'offerta alternativa, invece, è lo stesso Cairo, editore di periodici e di La7, a garantire la gestione imprenditoriale e un ricambio completo nel controllo.

Altro indizio che fa riflettere è il ruolo di Mediobanca. Il suo ad Alberto Nagel ripete da tre anni di voler uscire da Rcs, cedendo una partecipazione ritenuta non più strategica. Tanto che la quota del 14,9% del 2013 si è via via ridotta fino al 6,2%. Né Nagel sembrava aver cambiato idea se, solo giovedì scorso, dichiarava: «Non ci sono alternative all'offerta pubblica di acquisto e scambio di Urbano Cairo su Rcs. Almeno per il momento. In ogni caso, Mediobanca non ne è a conoscenza e in ogni caso non ne è promotrice». Eppure solo tre giorni dopo il Sole24Ore dava conto dell'imminente offerta, diventata ufficiale ieri, nella quale Mediobanca risulta sia advisor finanziario, sia compratore fino al 13,75% del capitale. È possibile che sia tutto maturato nell'ultimo week end? E che Mediobanca sia stata solo la destinataria di un'idea venuta in testa ad Andrea Bonomi? Possibile, ma poco verosimile.

C'è poi da considerare che lo stesso Bonomi fu invitato a entrare nel capitale Rcs pochi mesi fa: era dicembre e a presentargli l'operazione - peraltro mai ufficializzata - fu il presidente di Intesa Giovanni Bazoli, alla ricerca di un assetto stabile per il Corriere. Si trattava di investire meno di oggi, nell'ordine dei 100 milioni. Ma Bonomi declinò gentilmente. Bazoli non si arrese e alla fine è arrivata l'offerta di Cairo. Ed ecco che Bonomi torna in scena ora. Ma dalla parte di Mediobanca. Può naturalmente essere che l'impegno del finanziere milanese, nipote della leggendaria Anna Bolchini, sia ora accompagnato da una diversa governance; o da differenti e più internazionali progetti editoriali in campo sportivo (nel comunicato di Investindustrial si accenna alla valorizzazione di Gazzetta e, in Spagna, di Marca).

Resta comunque il sapore di una regia che, in fin dei conti, mira a mantenere lo status quo per il primo quotidiano italiano, ancorché con l'apporto di capitali freschi da parte di un finanziere internazionali. Un arrocco, una mossa difensiva, che permetta di lasciare in Rcs tanti padroni. E dunque nessun padrone.

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