La lunga notte delle decisioni ma "salvo intese"

La continuità tra il Conte 1 e il Conte 2 sta tutto in quella formula «salvo intese» con cui all'alba di ieri il governo giallorosso ha dato il via libera alla legge di Bilancio. Un Consiglio dei ministri fiume, terminato quando erano ormai le cinque di mattina, ma sul quale non si è potuto evitare di mettere il sigillo della formula magica che permette poi di limare, ritoccare e nel caso ribaltare. «Salvo intese», appunto. Come nella migliore tradizione dei quattordici mesi di governo a guida M5s-Lega, quando l'espressione in questione era abilmente utilizzata per bypassare le divergenze di vedute tra Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Quel che è cambiato rispetto ad allora, però, è una gestione decisamente più collegiale della strategia comunicativa. Così, invece di ritrovarci con agenzie di stampa, giornali e tg che rilanciano le rivendicazioni trionfanti del M5s sul reddito di cittadinanza o della Lega su Quota 100, l'impressione è quella di una gigantesca sordina, studiata a tavolino e abilmente concordata dai quattro azionisti di maggioranza. A metterci la faccia è il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che arriva a definire la manovra «un mezzo miracolo». È «solida», «espansiva» e «giusta», argomenta con una buona dose di entusiasmo. Ma non rivendica vittorie per il suo Pd, né riserva critiche agli ex nemici del M5s, oggi alleati di governo e anche in molte regioni dove presto si voterà (a partire da Umbria e Calabria). Una linea concordata e rilanciata da Dario Franceschini, capodelegazione dem nel governo. «Abbiamo discusso con spirito di squadra», dice il ministro dei Beni culturali. Per Leu parla Roberto Speranza, anche lui entusiasta perché è stato fatto «un lavoro straordinario». «È una manovra di svolta social», dice il ministro della Sanità rivendicando, lui sì, l'abolizione del superticket. Più defilati i grillini - Di Maio commenterà solo dopo le 9 di sera - ma comunque soddisfatti e mai critici. Persino Matteo Renzi e la sua Italia viva ieri hanno «celebrato» la legge di Bilancio evitando almeno per un giorno di picchiare contro Quota 100.

Insomma, pur con tutte le criticità del caso e le siderali distanze che separano i quattro azionisti del Conte 2, l'alleanza giallorossa esce stabilizzata da quello che era il primo e più delicato passaggio di questa nuova esperienza di governo. È una manovra con grandi limiti, certo. E tutto il centrodestra - da Matteo Salvini a Silvio Berlusconi, passando per Giorgia Meloni - punta il dito contro l'aumento complessivo della tassazione. Ma non c'è dubbio che - pur affidandosi al «salvo intese» - M5s, Pd, Italia viva e Leu sono stati in grado di superare l'ostacolo senza grandi smottamenti. Ognuno ha piazzato la sua bandierina, certo. Di Maio e Renzi ottengono lo stop all'aumento dell'Iva, il Pd il taglio al cuneo fiscale e la lotta a evasione e contante, Leu lo stop al superticket. E questo sarà quello che potranno dire nei mesi a venire, quando magari arriveranno le prime fibrillazioni. Ma, inutile fingere non sia così, questo fa parte delle regole del gioco. Diverso, invece, il cambio di marcia dell'attuale maggioranza, il riuscire a giocare non solo di squadra ma anche di sponda. Il saper valorizzare il silenzio e la prudenza alla tentazione di alzare polveroni e fare a gara a chi ha vinto di più. Magari sarà solo frutto del caso. Magari, invece, è il primo passo verso una saldatura tra M5s e Pd destinata a diventare strutturale. Un primo passo con il quale due partiti che fino a due mesi fa era uno contro l'altro armati, oggi iniziano a venirsi incontro.

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