"Scampia non è Gomorra, Saviano racconti storie positive"

Scampia torna d'attualità. I recenti fatti di cronaca e l'uscita di Gomorra3, alimentano una certa narrativa. Intervista a Don Aniello, prete anticamorra

"Scampia non è Gomorra, Saviano racconti storie positive"

Scampia non è Gomorra. Con questa profonda convinzione, Don Aniello Manganiello prosegue la sua lotta alla criminalità organizzata, alla camorra. Parroco del quartiere napoletano per sedici anni, è stato poi trasferito nella diocesi di Pescara. Ma il segno a Scampia di Don Aniello è rimasto indenne. Per quanto il suo modo di fare, ci dice il parroco, abbia infastidio più di qualcuno. Le due associazioni che ha fondato fanno sì che sia settimanalmente presente a Scampia, terra nella quale, non ci tiene a nasconderlo, vorrebbe tornare. Dal 1994 al 2010 è riuscito a strappare alla camorra un numero indefinito di ragazzi ed adolescenti, denunciando, subendo minacce, ma senza arretrare mai di un millimetro. Così, la parrocchia di Santa Maria della Provvidenza è stata trasformata in un laboratorio della legalità dentro un contesto difficile, ma non spacciato, come certa narrativa tenta di far credere. Don Aniello, infatti, non ci sta a subire la "spettacolarizzazione del male" e sottolinea i profitti scaturiti dal rappresentare un "tema che tira". Gli strumenti per combattere la camorra, per don Aniello, sono diversi dai format televisivi. E non ha alcun timore ad ammetterlo, così come non ha timore nel contrastare "il sistema".

Don Aniello, a Scampia pare si stia alzando la tensione. Nelle ultime settimane ci sono stati agguati ed uccisioni. È iniziata una nuova guerra di camorra?

"Dopo un periodo di relativa quiete, dovuta allo spostamento delle piazze di spaccio nei comuni limitrofi, quali Caivano, Melito, Mugnano, Giugliano e per gli interventi delle forze dell'ordine, c'è in atto una riorganizzazione da parte degli scissionisti e degli avversari che sono gli affiliati al clan Di Lauro, che stanno tentando di riorganizzare il clan. Le guerre di camorra scoppiano quando un clan tenta di impadronirsi di un territorio per trarre profitti dalle attività criminali. La camorra, quindi, anche in questo momento, si pone come un ammortizzatore sociale: risponde ai bisogni di un territorio che versa in condizioni difficili, critiche e alla disoccupazione continua. Purtroppo, in queste condizioni, aumenta il numero di giovani diplomati e laureati che preferiscono emigrare all'estero per un lavoro e per non cedere alle proposte fascinose della camorra.Questo cancro, che è la camorra, condiziona la vita del territorio, soprattutto quando c'è una sorta di pax mafiosa e le forze dell'ordine, ovviamente, contrastano di meno".

Il quotidiano francese Le Monde ha recentemente lodato Scampia definendolo un quartiere "lontano dai cliché camorristici". Nei suoi libri, lei sostiene che l'ottanta per cento delle persone residenti non faccia parte della criminalità organizzata. Che stia iniziando a cambiare la narrativa?

"Lo dice un giornale francese e allora molti iniziano a credere in un miglioramento di questo quartiere, se lo dice un prete o i cittadini che si impegnano per un riscatto, è il tentativo di nascondere la realtà che per molti è critica e drammatica.La narrativa può dire male oppure bene a seconda di chi la racconta e la esprime. Io vedo tanti segnali positivi: le associazioni numerose impegnate in tanti campi, le parrocchie, le scuole che stanno facendo un grande lavoro di inclusione privilegiando quelle fasce giovanili e adolescenziali più bisognose di accompagnamento. Ci vogliono tempi lunghi, ma a me pare che l'alleanza tra le varie agenzie educative stia prendendo sempre più corpo. Permane comunque la percentuale del'80% che non fa parte della realtà criminale".

Tra poco uscirà Gomorra3, la serie televisiva. Ha visto le precedenti? Ritiene che raccontino davvero la realtà sociale di Scampia?

"Per scelta non ho visto le serie precedenti e non seguirò nemmeno la prossima. La ritengo una vergognosa spettacolarizzazione del male, che c'è, ma non è un male assoluto che condiziona e distrugge tutto il resto che c'è di buono, ma che non viene evidenziato. Il motivo oramai è chiaro: fare cassetta. Hanno scoperto che è un tema che tira".

In passato lei ha polemizzato con Roberto Saviano. Senza girarci intorno, Scampia è o non è Gomorra?

"Scampia Non è Gomorra perché Gomorra è una città biblica in cui non ci sono nemmeno 10 giusti perché Dio possa risparmiarla. Non mi pare che Scampia sia in queste condizioni. Avrebbe potuto raccontare storie di conversione è di riscatto e ce ne sono tante".

Come mai lei è stato trasferito da Scampia?

"Probabilmente il modo di fare e il fatto di portare avanti la pastorale parrocchiale non erano graditi a qualcuno. Ma alla fine non è stato un male, perché l'esperienza di Scampia mi ha aperto tanti orizzonti sul campo della legalità e della solidarietà.Mi porto dentro una grande nostalgia di Scampia e tornarci stabilmente mi renderebbe felice".

Quali e quanti interventi contro la cultura dell'illegalità ha messo in campo durante gli anni nei quali è stato parroco del quartiere napoletano?

"Ho fondato una l'Asd Oratorio don Guanella Scampia calcio, ho messo in campo iniziative costanti di solidarietà con una forte attenzione agli ultimi, ai bisognosi, attività di tipo culturale come tavole rotonde mensili, cineforum, un giornalino parrocchiale, il coinvolgimento dei genitori nella vita vittoriana e parrocchiale, la presa in affido di tanti ragazzi resisi protagonisti di reati,l 'accompagnamento di giovani e adulti in un percorso di conversione edi riscatto..."

Il suo ex oratorio è stato celebrato perché oltre a togliere i ragazzi dalla strada sfornava dei buoni giocatori. Ci racconta qualche storia?

"Abbiamo avuto ragazzi che ora giocano in squadre di serie B di Lega Pro. Ci sono storie di giovani allenatori che, dopo un lungo trascorso di scelte malavitose e detenzione, oggi nell'associazione oratorio don Guanella, svolgono con professionalità il servizio di allenatori e sono grandemente apprezzati".

De Magistris aveva annunciato che le vele sarebbero state abbattute. Eppure sono ancora lì. Lei ritiene che sia un provvedimento utile alla causa della legalità?

"In estate era previsto l'abbattimento, ma nulla è avvenuto. A Napoli avviene spesso così. Abbattere le vele non serve e non servirebbe a nulla. Il degrado lo si combatte con la cultura e con il lavoro. Per anni ho tenuto esposto davanti alla parrocchia uno striscione che recitava così: Droga e camorra sono la morte di Napoli.....Vangelo e lavoro le uniche possibilità di Resurrezione".

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