Scuola, i precari non vogliono spostarsi da casa e rifiutano le assunzioni

Scaduto il termine per presentare la domanda per l'assunzione. Molti non sono disponibili a cambiare regione: "Siamo dei deportati"

Scuola, i precari non vogliono spostarsi da casa e rifiutano le assunzioni

La scuola è un mondo sinistro. Non solo perché è sempre stato un bacino di voti per Pd e colleghi, ma anche e soprattutto perché chiunque abbia provato a metterci mano poi alla fine ne è uscito scottato.

Questo Renzi lo sa. E infatti nella sua riforma denominata "La buona scuola" ha considerato necessario inserire le assunzioni dei precari. Eppure non tutto sembra andato come l'ex sindaco di Firenze sperava. I precari sono una categoria difficile, mai accontentabile. Non hanno un lavoro stabile e per questo si sentono i reietti della società. Non considerano il fatto di non essere gli unici ad avere un lavoro traballante, non tengono a mente che ci sono altrettante migliaia di partite iva (per fare un esempio) che il lavoro se lo guadagnano giorno dopo giorno senza certezze sul posto fisso.

Difficili da domare, i precari della scuola. Ad ogni riforma si mettono sulle barricate. Se fai firmare il contratto a 100.000 di loro, protesteranno per il fatto che ce ne sono altrettanti in giro che attendono di ottenere la cattedra.

Succede allora che il governo Renzi decida con la legge 107 del 13 luglio scorso di assumere precari al fine di "coprire i posti vacanti e disponibili". Obiettivo dichiarato: dare ai ragazzi italiani "un’offerta formativa più ricca e flessibile". Obiettivo sottinteso: tenere a bada il mondo della scuola. Tralasciando i dettagli della legge, il governo si appresta ad assumere circa 103.000 precari in diverse forme. Una parte (47.476) verranno dalle graduatorie ad esaurimento (GAE) e quelle dei concorsi a cattedra e quindi con ogni probabilità saranno assunti nella provincia di residenza. Gli altri, invece, dovevano presentare una domanda specifica e avranno il posto "nella prima provincia nella quale vi sia disponibilità per l’insegnamento per cui concorre". Costretti, insomma, a muoversi un po'. Apriti cielo.

Su Facebook è partito il movimento social di protesta contro le assunzioni. Sono nati gruppi di successo denominati "Basta precarietà, no alla deportazione". I precari, non contenti di essere assunti, si lamentano di non poter lavorare a qualche minuto di macchina da casa. Al diavolo 13 anni di precariato, 44 anni e mai un posto fisso, la crisi economica e la disoccupazione che aumenta: si sentono "deportati". Così molti di loro hanno "boicottato" la domanda di assunzione decidendo stoicamente di rimanere precari. Le proteste maggiori, manco a dirlo, vengono dal Sud. Nelle regioni meridionali ci sono infatti il maggior numero di aspiranti docenti (in Sicilia e Campania, oltre 11.000 domande presentate; "solo" 3.600 in Veneto) ma i posti disponibili sono al Nord. C'è poco da fare, chi vuole il posto dovrà spostarsi.

Ma loro non vogliono, preferiscono stare "sotto casa" piuttosto che essere "deportati". Cari precari, non siete gli unici. Sul posto di lavoro non si sputa. E se la collocazione non piace, siete liberi di rifiutare. Ma fatelo in silenzio. Perché in Italia c'è il diritto al lavoro sì, ma non al posto-fisso-sotto-casa. Pensate a quei giovani che sono arrivati fino in Norvegia per trovare un lavoro. E non se ne sono lamentati.

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