Un trafficante di esseri umani accolto dall'Italia

Su Avvenire vengono svelati i retroscena di un incontro avvenuto l'11 maggio 2017 all'interno del Cara di Mineo: protagonista, tra i libici, il trafficante soprannominato "Bija", tra i più violenti che opera nel paese nordafricano. Il criminale viene ospitato in Italia come rappresentante della Guardia Costiera della Libia

Un trafficante di esseri umani accolto dall'Italia

Nel maggio del 2017 la situazione sul fronte degli sbarchi è a dir poco drammatica: in quel mese approdano 22.993 migranti lungo le nostre coste, più del totale raggiunto nell’intero anno del 2018. A Palazzo Chigi da qualche mese c'è Paolo Gentiloni, al Viminale invece il ministro Marco Minniti.

La pressione migratoria è sempre più forte, a giugno il numero degli sbarchi risulterà ancora maggiore. In quel contesto, il governo prepara alcune contromosse, che vanno dal primo codice per le ong, fino alle trattative con l’esecutivo del premier Al Sarraj, l’unico riconosciuto in Libia.

E nell’ambito di questi contatti, così come scopre Avvenire, l’11 maggio del 2017 si svolge un incontro rimasto segreto fino a pochi giorni fa all’interno di una delle strutture simbolo di quella terribile stagione sul fronte migratorio: il Cara di Mineo. Qui passano migliaia di ospiti, ad un certo punto nelle fasi più critiche si arrivano ad avere al suo interno qualcosa come 4mila migranti, il tutto si traduce in un giro d’affari svelato da diverse inchieste, tra cui quella di Mafia capitale.

Oggi il Cara non c’è più, è stato chiuso a luglio a seguito della rimodulazione delle strutture d’accoglienza voluta dall’ex ministro Matteo Salvini. Ma, tornando all’incontro del maggio 2017, Avvenire rivela come al suo interno si svolge uno degli episodi più controversi: accompagnato da un mini van con vetri oscurati, assieme ad una delegazione libica composta da sei persone, vi è anche Abdou Rahman. Un nome che, se pronunciato lungo le coste della Tripolitania, mette i brividi.

In realtà lui è più conosciuto con il nome di battaglia, assunto durante la guerra anti Gheddafi del 2011, che è quello di “Bija”. Un conflitto che, in eredità, gli lascia anche una menomazione alla mano destra dovuta alla perdita di alcune dita. Una circostanza che lo rende anche più riconoscibile. A notarlo, raccontano alcune fonti ufficiali ad Avvenire, anche un migrante presente all’interno del Cara di Mineo quel giorno il quale lo vede scendere dal van: “Mafia Libia, Mafia Libia”, urla subito il migrante che fugge via impaurito.

Bija infatti è, secondo innumerevoli inchieste sia giudiziarie che giornalistiche, il boss dei boss di Zawiya, località ad ovest di Tripoli da cui partono diversi barconi diretti in Italia. È lui, secondo diversi dossier anche delle Nazioni Unite, a gestire una delle più importanti organizzazioni criminali che si occupano del traffico di esseri umani. Eppure, in molti casi i migranti giunti in Italia lo descrivono armato e con una divisa addosso: “È il capo del ramo di Zawiyah della Guardia costiera – si legge nel rapporto del consiglio di sicurezza uscito proprio nel 2017 – Ha ottenuto questa posizione grazie al supporto di Mohammad Koshlaf e Walid Koshlaf”.

La sua storia rappresenta il classico esempio di come, nella Tripolitania post Gheddafi, il ruolo di boss in un territorio si sovrappone a quello di rappresentante delle istituzioni: il potere di Bija e della sua tribù è talmente elevato, in assenza di istituzioni statali, da diventare esso stesso un’istituzione. Di esempi del genere se ne scovano diversi in questi anni in Libia, come nel caso della famiglia Al Dabbashi a Sabrata, altra località da cui partono i barconi: loro, miliziani anti Gheddafi della prima ora, dominano ogni tipo di contrabbando nel loro territorio, ma vengono anche arruolati nelle milizie volte al controllo della città ed alcuni membri ottengono anche ruoli di rilievo in politica.

Bija è incastonato proprio in questo contesto: è un trafficante tra i più spietati, ma ad un certo punto si trasforma anche in un agente pagato per contrastare la partenza di barconi. Anzi, come affermano molti migranti giunti in Italia, è proprio lui spesso a decidere quanti devono partire e chi deve partire.

Il “curriculum” di Bija è ben noto, come sottolineano ad Avvenire, già nel maggio del 2017: eppure è all’interno del Cara di Mineo a rappresentare la Guardia Costiera libica nell’ambito di un incontro che, come sottolineano alcune fonti, è volto a spiegare il “modello Mineo” ai libici. E questi ultimi chiedono, senza troppi giri di parole, soldi e finanziamenti per costruire simili centri lungo le coste del Paese nordafricano.

Un progetto che non sarà mai avviato, anzi con il successivo governo il modello Mineo diventa simbolo dell’insuccesso dell’accoglienza svolta in quegli anni e, come detto prima, il centro è oggi chiuso. Ma quell’incontro pone inquietanti interrogativi, a partire da quello relativo alla presenza di Bija a Mineo: come mai, pur ben conoscendo lo spessore criminale del soggetto, Abdou Rahman viene fatto accomodare senza problemi all’interno di una sala che ospita un incontro con funzionari italiani?

Del resto, sul The Times nel febbraio 2017, dunque pochi mesi prima dell’arrivo di Bija in Italia, spunta il video di un miliziano armato che picchia un gruppo di migranti su un gommone: il volto non si vede bene, ma si nota la menomazione alla mano destra che rende dunque riconoscibile Bija e rende, ancora una volta, ben evidente la ferocia di questo soggetto.

Se la sopra citata famiglia Al Dabbashi oggi risulta sconfitta a Sabratha dopo guerre interne tra le tribù di quel territorio, con alcuni membri uccisi di recente anche a Tripoli nel corso della battaglia tra Al Sarraj ed Haftar a sud della capitale, Bija con il suo sodalizio è ancora ben in attività. Il suo nome emerge di recente nelle inchieste che, poche settimane fa, portano in galera tre torturatori ospiti del centro d’accoglienza di Messina ed arrivati in Italia a bordo della Sea Watch 3. Molti migranti indicano in un uomo a cui mancano alcune dita nella mano destra tra quelli che decidono, con le persone già in spiaggia, chi deve salire e chi no. C’è chi, tra i testimoni, afferma di averlo sentito chiamare con il soprannome di “Bingi”, altri parlano di “Bengi”, ma è probabile si tratti di una storpiatura dovuta alla pronuncia. Le descrizioni coincidono e dimostrano come, ancora oggi, Bija è sia membro della Guardia Costiera e sia trafficante.

La sua visita al Cara di Mineo è un episodio che testimonia in che modo spesso vengono gestiti i rapporti tra le due sponde del Mediterraneo: non solo si conoscono coloro che gestiscono il traffico di esseri umani, ma a volte li si ospita all’interno di delegazioni ufficiali. In tal modo, stanare i criminali e debellare i loro traffici risulterà impossibile. E dalla Libia si continuerà a partire.

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