Gentile Direttore Feltri,
in questi giorni ho letto che ricorrono i cento anni dal celebre caso dello Smemorato di Collegno, quell'uomo trovato a Torino nel 1926 che sosteneva di non ricordare chi fosse e la cui identità divise l'Italia tra chi lo credeva Mario Bruneri e chi invece Giulio Canella. Fu un caso incredibile, quasi romanzesco: un uomo senza memoria che mise in crisi tribunali, famiglie e giornali. Ripensandoci oggi, mi è venuto spontaneo un parallelo un po' amaro. Non ha l'impressione che lo smemorato sia diventato, in qualche modo, l'intero nostro Paese? Sembra che abbiamo perso la memoria di chi siamo stati e da dove veniamo. Abbiamo dimenticato la nostra storia, le nostre radici culturali, i valori su cui si è costruita la civiltà occidentale. E quando un popolo perde la memoria, temo che perda anche il senso del proprio futuro. A volte, però, ho l'impressione che questa amnesia non sia neppure involontaria. Dimenticare il passato fa comodo: permette di evitare responsabilità, di non affrontare i problemi, di ignorare ciò che non si vuole vedere. Le chiedo dunque: non stiamo diventando anche noi, come quello smemorato di un secolo fa, un Paese che ha smarrito la propria identità?
Un cordiale saluto,
Giovanni Rossi
Milano
Caro Giovanni,
il parallelismo che proponi è tutt'altro che peregrino. Lo Smemorato di Collegno costituisce una vicenda straordinaria perché metteva al centro un enigma umano: un uomo che non ricordava più chi fosse. Il dramma dell'Italia contemporanea, invece, è che lo smemorato non è un individuo ma una società intera. Abbiamo smarrito la memoria, è vero. E un popolo che perde la memoria perde la bussola, perde il senso del proprio cammino, perde le radici che lo tengono ancorato alla terra. Senza radici non si cresce, non si fiorisce: ci si secca. Alla lunga, ci si estingue. La civiltà è una lunga catena di memoria. Ogni generazione riceve qualcosa da quella precedente e lo trasmette a quella successiva. È un filo invisibile ma potentissimo. Quando lo si spezza, non resta che il vuoto. Oggi, invece, sembra che il vuoto sia diventato una moda. Non basta dimenticare il passato. Lo si vuole cancellare e, quando non lo si riesce a cancellare, lo si vuole riscrivere. È la grande nevrosi del nostro tempo. Negli Stati Uniti, ma la malattia si diffonde anche in Europa, assistiamo da anni a una furia iconoclasta degna dei peggiori fanatici religiosi. Statue abbattute, monumenti imbrattati, figure storiche trasformate retroattivamente in mostri da eliminare dalla memoria collettiva. Cristoforo Colombo diventa un criminale, Churchill un oppressore, persino personaggi della cultura e della scienza vengono processati post mortem da tribunali morali improvvisati. È una follia. Una civiltà che distrugge le proprie statue distrugge se stessa. Le statue non servono a santificare gli uomini, servono a ricordare la storia. E la storia non è un catechismo di santi ma il racconto, spesso contraddittorio e imperfetto, di ciò che siamo stati. C'è poi un'altra forma di vandalismo, forse ancora più ridicola: quella degli ecologisti fanatici che imbrattano opere d'arte millenarie per attirare attenzione sulle proprie cause. Non riuscendo a costruire qualcosa, distruggono ciò che esiste. È la versione contemporanea dei barbari che devastavano le città dell'Impero romano. Ma il punto è un altro. Perché si fa tutto questo? Perché, come tu osservi giustamente, dimenticare conviene. Un popolo senza memoria è un popolo senza coscienza. Se non sai da dove vieni, chiunque può dirti dove devi andare. La memoria, invece, è scomoda. La memoria obbliga a confrontarsi con la realtà, con le responsabilità, con le eredità che ci portiamo dietro. Richiede maturità. E la maturità, oggi, è una virtù rara. Così preferiamo vivere in una sorta di eterno presente, un mondo senza passato e senza futuro, dove ogni cosa viene giudicata con i criteri morali del momento. È un'illusione pericolosa, perché la storia non si lascia cancellare: al massimo si vendica.
Ecco perché la vicenda dello Smemorato di Collegno, a distanza di un secolo, appare
quasi simbolica. Allora era un mistero giudiziario. Oggi rischia di diventare una metafora nazionale. Solo che, mentre quell'uomo cercava di capire chi fosse davvero, noi sembriamo aver smesso perfino di farci la domanda.