"Vi faccio vedere come muore un italiano". 17 anni fa il sacrificio di Fabrizio Quattrocchi

Era il 14 aprile del 2004 quando l'Italia si strinse intorno a Fabrizio Quattrocchi, il contractor rapito e ucciso in Iraq

"Vi faccio vedere come muore un italiano". 17 anni fa il sacrificio di Fabrizio Quattrocchi

"Adesso vi faccio vedere come muore un italiano". Quelle parole pronunciate da Fabrizio Quattrocchi in punto di morte affiorano come un fiume carsico ogni 14 aprile. Ogni maledetto 14 aprile per la famiglia della guardia di sicurezza italiana, che da 17 anni scandisce l'anno con una data che non potrà mai essere cancellata dalla memoria.

Era la notte tra l'11 e il 12 aprile del 2004 quando Quattrocchi venne rapito a Baghdad insieme a tre colleghi: Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio. Artefici del rapimento e poi della brutale esecuzione i miliziani di un gruppo oscuro e mai del tutto identificato. Per molti le Brigate Mujaheddin, per altri le Falangi Verdi di Maometto. Di loro si è saputo pochissimo: probabilmente un gruppo di miliziani un tempo appartenenti all'esercito iracheno e che dopo la sconfitta da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti si era dato a rapimenti e crimini.

L'arrivo in Iraq di Quattrocchi

Quattrocchi arrivò in Iraq insieme a moltissime guardie di sicurezza private. I contractor, come vengono chiamati oggi. C'è chi li definisce mercenari, ma è una parola che non rappresenta il lavoro svolto da quelle che ormai sono a tutti gli effetti figure professionali in aree di crisi. Quattrocchi era una di queste persone. Del suo lavoro in Iraq si sa pochissimo, tranne per alcune inchieste giornalistiche che descrissero la vita di questi uomini impegnati sul campo ma volutamente dimenticati e taciuti all'opinione pubblica. Un uomo della security che lavorava nella capitale dell'Iraq con giubbotto antiproiettile, armi e automobile. Un lavoro difficile in un Paese che non sarebbe mai uscito davvero dalla guerra scatenata dagli Stati Uniti contro Saddam Hussein.

Il nome di Fabrizio Quattrocchi divenne però famoso per tutti gli italiani quel 13 aprile. L'Italia aveva conosciuto poco tempo prima cosa significasse versare sangue nei deserti dell'Iraq. Il 12 novembre del 2003 un attentato aveva distrutto la base di Nassiriya mietendo 19 vittime. Una carneficina che segnò per sempre l'impegno italiano in quella guerra e che ora tornava alla luce col rapimento di quegli italiani.

L'intento dei sequestratori

Il piano dei rapitori era quella di procedere alla cattura e poi all'ultimatum: chiedevano all'Italia il ritiro delle truppe dall'Iraq e le scuse per aver offeso l'islam e la liberazione dei detenuti iracheni. Il governo rifiutò: non si potevano accettare le richieste dei criminali. Pochi giorno dopo, i sequestratori mandarono un video con un messaggio molto chiaro riportato da il Post: "Ecco, il primo ostaggio è stato giustiziato, e gli altri avranno il loro turno, uno per uno". E quelle immagini rimasero per sempre scolpite nella memoria degli italiani facendo il giro di tutto il mondo. Si vede Quattrocchi con le mani legate e il volto coperto, l'uomo viene fatto mettere in ginocchio in un buco nella terra e poi quelle parole, pronunciate dal contractor: "Posso levarmela? Così vi faccio vedere come muore un italiano". Pochi secondi dopo l'esecuzione.

Di quell'uccisione e di quel rapimento non è mai stata fatta davvero luce. Quelle brigate islamiste apparvero praticamente per la prima volta in quel periodo e scomparvero subito dopo quel sequestro. Dopo 58 giorni di prigionia, gli altri tre italiani vennero liberati - c'è chi dice con un blitz delle forze Usa. Sulla vera missione di quei quattro uomini c'è chi ha investigato per anni. L'unica terribile certezza è il sacrificio di Fabrizio Quattrocchi e quelle parole pronunciate con orgoglio che tornano alla mente ogni 14 aprile: "Vi faccio vedere come muore un italiano".