Viaggio nel manicomio di Mombello, tra senzatetto e acchiappafantasmi

Siamo entrati nell’ex Ospedale Psichiatrico Giuseppe Antonini, struttura abbandonata ormai meta solo di senzatetto e "acchiappafantasmi"

Viaggio nel manicomio di Mombello, tra senzatetto e acchiappafantasmi

LIMBIATE - La porta è aperta, anzi sfondata. Entrare è facile, farsi male altrettanto. Per terra è pieno di cocci, vetri in frantumi, sporcizia di ogni genere. Il soffitto è una gruviera, un susseguirsi di squarci giganteschi che ti domandi in quanti saranno volati giù dal piano di sopra lasciandoci l’osso del collo. Le pareti, imbrattate a vanvera, ispirano writers di ogni rango che abbozzano murales colorati o scarabocchiano chi dediche d’amore, chi parolacce. Le stanze, quelle si fa per dire un po’ più ospitali, sono residenze abusive per qualche senzatetto, che un tetto seppur traballante sotto cui dormire l’ha trovato. Poi brandine impolverate, materassi lacerati, armadi pancia al suolo, cassettiere rotte. E ancora, tavoli mutilati, sanitari incrostati, tappeti di detriti che scendono dalle scale. Ma anche cartelle cliniche, radiografie e registri sparsi sui pavimenti.

Sono gli avanzi tuttora visibili e tangibili della Legge Basaglia che il 13 maggio 1978 liberò i manicomi italiani dai loro inquilini. Da quel giorno, anche l’ex Ospedale Psichiatrico Giuseppe Antonini, meglio conosciuto come manicomio di Mombello, è rimasto senza pazienti (oltre tremila), medici e personale. Senza nessuno che si prendesse cura di un immenso patrimonio artistico risalente al 1872 ed esteso per circa quaranta mila metri quadri nel verde di Limbiate. L’Azienda Ospedaliera Guido Salvini ne detiene la proprietà, ma il fatto di spartirla con la Asl e la Provincia di Monza-Brianza (padrona della napoleonica Villa Crivelli Pusterla, oggi Istituto Agrario Luigi Castiglioni che si trova nel complesso di Mombello) rende macchinosa qualunque decisione sul come, quando e perché restaurare questi padiglioni in balia del degrado più totale. Il Comune ne ha dichiarato l’inagibilità, ma superare transenne e sbarramenti vari, dicono i frequentatori non autorizzati, è un gioco da pischelli.

“Le architetture sono come lo scheletro di una città: la carne si decompone e rimangono le ossa”, spiega a il Giornale.it Alessandro Meluzzi, noto psichiatra e criminologo nonché assiduo ospite di talk show televisivi, “molti manicomi erano antiche certose o grandi strutture monastiche, poi nell’epoca del positivismo sono diventati contenitori indifferenziati di schizofrenici, disabili e vecchie prostitute. Alla fine la maggior parte di queste strutture sono state abbandonate all’oblio. Io sono contrario al riutilizzo delle stesse in chiave assistenziale, proprio perché la legge Basaglia fu concepita come un punto di discontinuità con il passato. Meglio pensare a uno spazio di mercato che esuli dal contesto ospedaliero e, sempre con il massimo rispetto di coloro che sono stati in cura, abbia una funzione piacevole e d’intrattenimento per il pubblico. Ad esempio si potrebbero imbastire set per film del terrore o creare luna park per appassionati dell’occulto”.

Non a caso il manicomio di Mombello viene preso d’assalto dai ghost hunter, gli acchiappafantasmi a caccia degli spiriti delle persone decedute tra le corsie. “Tutti i luoghi dove sono avvenute morti violente sono mete ambite per i ricercatori del paranormale”, spiega Martina, esperta di fenomeni enigmatici, “un ex manicomio risulta interessante per la sofferenza subita da chi ci ha vissuto, da chi dentro quelle mura è morto, da chi forse vi dimora ancora sotto un’altra forma. Ed è proprio quello che noi appassionati ricerchiamo. Sappiamo tutti che nei manicomi venivano utilizzati metodi di cura delle malattie mentali non proprio convenzionali, al limite della tortura. E dalle torture si fa presto ad arrivare a parlare di morti misteriose. Sull’ex manicomio di Mombello, inoltre, aleggia un alone di mistero legato al presunto figlio segreto di Mussolini, Benito Albino, internato e morto qui nel 1942”.

Attorno ai ghost hunter c’è molta diffidenza, “proprio per questo bisogna stare attenti a non dichiarare nulla per certo”, prosegue Martina, che sottolinea: “Nonostante siamo noi i primi a prendere tutto con le pinze, ipotizzando qualsiasi spiegazione razionale ci possa essere dietro, a volte ci troviamo di fronte casi di fronte a cui anche i più scettici sono riusciti a cedere”. I detective del paranormale utilizzano precisi strumenti tecnologici: rilevatori di campi elettromagnetici, foto o videocamere ‘full spectrum’ modificate per catturare anche i campi non visibili all'occhio umano tramite raggi ultravioletti e infrarossi, termocamere e registratori vocali ipersensibili per poter registrare le presunte voci non udibili all’orecchio umano. “A Mombello abbiamo riscontrato delle anomalie sia nei file audio registrati che in alcune fotografie scattate in sequenza, ma soprattutto qualcuno di noi ha avvertito in certe stanze malessere e sensazioni molto forti a livello fisico”.

L’attività del ghost hunter è il trend del momento ma è ancora bandita un po’ ovunque. “Sul web è pieno di associazioni, presunti gruppi di acchiappafantasmi, ma spesso molti lasciano il tempo che trovano. Non voglio assolutamente criticare la validità di questi team, ma purtroppo parecchi, soprattutto giovani, scambiano il ghost hunting per un gioco e a parer mio con l’ignoto è meglio non scherzare. Per quanto riguarda gli accessi si fatica ad avere i permessi per indagare, le strutture sono ormai sobbarcate da richieste dei tanti gruppi in circolazione e la maggior parte di esse, appena sentono la parola ‘paranormale’, rifiutano senza volerne sapere di più. Altri invece ci speculano, chiedendo un compenso in cambio di un’indagine. Per noi ricercatori diventa difficile portare avanti i nostri studi.

Vorrei tornare a Mombello e spero vivamente che le istituzioni riescano a rivalutare il prima possibile questo luogo, togliendolo dalle mani di vandali, tossici e malintenzionati e restituendo la dovuta dignità a chi purtroppo qui ci ha vissuto”.

Fino ad oggi i ragazzi dei centri sociali non hanno mai occupato stabilmente il manicomio per farne la propria sede. Forse è una location troppo impervia anche per loro.

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