Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 10:59
Cultura e società

Chi si batte (davvero) per i diritti

Il femminismo è ormai troppo intriso di ideologia woke. E così una manciata di donne controcorrente sfida il sistema. Ma in ballo c’è molto di più della polemica sui transgender nello sport

Dietrofront woke, è la fine del tunnel. Dalle aziende al web non va più di moda

In campo è una tigre. Nulla ferma Sophie Cunningham. Combatte, cade, si rialza e combatte di nuovo. Fuori dal campo non è da meno. Ma non è questo a fare incazzare mezza America, quella liberal, quella dei salotti buoni di New York, che brinda al socialismo del primo sindaco musulmano della città, Zohran Mamdani, o dei turbo progressisti della West Coast che l’ideologia woke ormai ce l’hanno talmente nel sangue da andare in visibilio per la versione anti colonialista dell’Elena di Troia. Sicuramente, in questa storia, è fondamentale il fattore somatico. Sophie è bianca. E pure bionda. Per di più è bellissima. E dannatamente wasp. Sfogliare Sports Illustrated per credere. Altro che le modelline senza espressione che calcano le passerelle, lei è una tigre anche quando indossa un costume striminzito e posa sulla spiaggia di Captiva davanti a una macchina fotografica. E per questo i fanatici del multiculturalismo che, diciamolo senza fare troppi giri di parole, odiano tutto ciò che è bianco, i soloni intrisi di dottrina Black lives matter, gli studenti delle costosissime università dell’Ivy League che, subito dopo i jeans di Sydney Sweeney, mettono in cima alla lista dei mali del secolo il razzismo occidentale e il suprematismo bianco, ecco tutta la pletora di sinistra con il santino di Alexandria Ocasio-Cortez in tasca, per sminuirla, la chiama Barbie. Anzi, peggio. «Barbie Maga». E questo non solo perché lei, classe 1996 figlia del Missouri, è appunto bianca ma perché si porta addosso un altro stigma. Piace da morire alla galassia trumpiana: a ogni gesto, ogni respiro, ogni presa di posizione corrono tutti quanti a sostenerla e incensarla. E dire che la guardia degli Indiana Fever non si è mai sognata di dire alcunché su Donald, né a favore né contro.

Non è mai semplice definire il momento in cui una star diventa un’icona. In Europa, probabilmente, di Sophie Cunningham ce ne siamo accorti quando è diventata un meme vivente: il dito puntato per ventidue-lunghissimi-secondi. Dopo una rissa in campo, l’ennesima, la tigre bionda si butta nella mischia per difendere una compagna di squadra e, anziché menare le mani, si limita a puntare l’indice. Intorno il parapiglia, gli spintoni, i nervi che saltano, e Sophie che non arretra di un millimetro, mantiene la posizione, addirittura sorride. Quel gesto diventa prima di tutto la risposta a un mondo, quello della lega di basket WNBA che, come descrive Vanity Fair, è «prevalentemente non bianca e molto queer». Un mondo in cui certe atlete sembrano valere meno di altre o per questo sembra non essere permesso reagire. Tanto che la cestista DiJonai Carrington arriva a parlare di «privilegio bianco» quando è stata espulsa dopo aver atterrato Sophie con un fallo clamoroso e molto violento.

Se tutto questo vi sembra abbastanza, significa che vi siete persi la sua crociata contro gli atleti transgender. «Voglio proteggere le ragazze negli spogliatoi e le ragazze che praticano qualsiasi sport», ha detto. «Non dovrebbero essere costrette a scontrarsi con uomini biologici». Niente di più esplosivo. E così apriti cielo: una nuova polemica con il mondo dello sport che si spacca in due confermando una tendenza, già vista nel Regno Unito: a difendere i diritti delle donne dal turbo progressismo della sinistra delle minoranze siano rimaste poche, coraggiose donne. Ne sa qualcosa JK Rowling che, commentando un articolo in cui le donne venivano definite «persone che hanno le mestruazioni», aveva suggerito: «Sono sicura che c’è una parola per queste persone. Qualcuno mi aiuti per piacere. Wumben? Wimpund? Woomud?». Tanto poco era bastato per finire linciata sui social. E dire che della mamma di Harry Potter si può dire di tutto fuorché sia un’ultra destra alla Tommy Robinson. Da quel momento la accusano di essere transfobica e le appioppano l’appellativo dispregiativo di terf (femminista radicale trans-escludente). Ma nonostante gli attacchi e le minacce continua a portare avanti questa battaglia senza esclusione di colpi che nel tempo l’ha vista scontrarsi anche con Emma Watson (l’attrice che al cinema ha dato un volto a Hermione Granger) e con Amnesty International Uk. È anche grazie alla sua tenacia che l’anno scorso la Corte Suprema del Regno Unito è arrivata a stabilire che la definizione giuridica di «donna» riguarda solo le persone nate biologicamente come tali. Una sentenza che sarebbe ovvia e superflua in tempi normali. Non nei nostri, però. Nei nostri succede che l’ex tennista Martina Navratilova, lesbica da sempre considerata un’icona gay, venga bandita dagli Lgbt per il semplice fatto di aver chiesto spazi sicuri per le atlete o che l’attrice Sydney Sweeney venga processata dalle femministe woke non si sa bene se perché ha osato giocare sull’omofonia delle parole jeans e genes o perché ha usato le sue forme per provocare.

Ora che le cose sono andate un po’ troppo oltre persino Alexandria Ocasio-Cortez, che al costosissimo Met Gal si era presentata con un aderentissimo vestito bianco che sfoggiava sul retro la scritta rossa Tax the rich, ha detto che servirebbe fare un passo indietro. Meno woke e più economia, questo il succo del discorso. Se si tratta solo di una trovata in vista delle prossime presidenziali, lo capiremo molto presto. Intanto, però, due decenni di femminismo tossico hanno prodotto una valanga di male. Per le donne, in particolar modo. E non solo perché hanno subito, talvolta volontariamente, i diktat della comunità arcobaleno. Sulla stampa inglese è in corso da qualche mese un dibattito sul femminismo che avanza la possibilità che adesso il problema non stia più nella manosphera ma nella femosphera. È in questo spazio oscuro che le giovani vengono radicalizzate e armate (ideologicamente) in una guerra tutta tra donne dove a perderci sono le donne stesse e dove chi, come JK Rowling e Sophie Cunningham, prova a difenderne i diritti viene letteralmente massacrata o estromessa dal dibattito.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.