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Musica

Autotune e ia: niente trucchi Al Festival

Tecnologia e stratagemmi “furbetti” falsano i brani in una gara di talento e creatività umana

Stefano De Martino
Stefano De Martino during the 76th edition of the Sanremo Italian Song Festival at the Ariston Theatre in Sanremo, northern Italy - Saturday February 28 , 2026. Entertainment. (Photo by Marco Alpozzi/LaPresse)

Forse è il momento di regole chiare al Festival di Sanremo. Forse è il momento di mettere dei confini chiari all’invasione della tecnologia in uno dei campi più umani che esistano, quello della creatività e del talento. Visto che non è ancora stato pubblicato il regolamento dell’edizione 2027, qui c’è una piccola proposta seria al direttore artistico Stefano De Martino e al suo staff: perché non stabilire chiaramente i termini e gli spazi di utilizzo nelle canzoni di effetti come l’autotune o di sistemi integrati come l’intelligenza artificiale?

Non è un problema da poco.

Nel 2023 e 2024 il regolamento di Sanremo non vietava espressamente l’autotune e nel 2025 Carlo Conti aveva spiegato che fosse assurdo «vietare uno degli strumenti che oggi caratterizzano certi generi musicali», una formula sibillina che ha consentito a qualcuno di mascherare problemi sistematici di intonazione o addirittura di estensione vocale. In un Festival della Canzone mascherare la voce è una contraddizioni in termini anche se alcuni generi musicali, tipo la trap, hanno fatto dell’autotune (un software che corregge i difetti vocali) un biglietto da visita essenziale. Basterebbe introdurre anche al Festival la regola già adottata nel regolamento della Ebu (European Broadcasting Union) per quanto riguarda l’Eurovision: vietare l’uso dell’autotune come strumento di correzione vocale per l’intera durata dell’esibizione. Non si tratta di censurare in toto l’autotune, strumento nato a fine anni Novanta e reso popolare grazie al successo di Believe di Cher. Basterebbe limitarne l’utilizzo a piccole parti del brano come fosse un effetto sonoro o artistico che non copre drasticamente i difetti vocali. Allo stesso modo sarebbe da vietare espressamente la cosiddetta «pitch correction», un «filtro» che nasconde in tempo reale le stonature del cantante o dei coristi. O, quantomeno, sarebbero da rendere pubblici a tutela dell’ascoltatore. Sia chiaro: una bella voce non rende bella una canzone brutta. Ma una voce stonata rende brutta anche una canzone bella. Almeno a rigor di logica.

Invece, con lo slogan del «così fan tutti» si sono legittimati anche cantanti senza voce, che è uno degli ossimori più popolari del momento. Provare a cambiare tendenza non significherebbe peccare di conservatorismo reazionario né impedire l’evoluzione artistica, anzi. Oltretutto è una istanza che sui social (ma non solo lì) è popolarissima.

Poi c’è l’intelligenza artificiale.

Ogni giorno nel mondo «escono» tra i 75mila e i 90mila brani creati o elaborati con l’Ia e distinguerli da quelli composti dall’uomo è sempre più difficile. Il Festival di Sanremo potrebbe adottare i princìpi resi noti dalla Fimi, la federazione industria musicale italiana, specialmente nella parte in cui si accetta l’Ia nelle canzoni «se debitamente autorizzata», «se il brano è sostanzialmente realizzato da un essere umano» e «non solleva preoccupazioni relative alla manipolazione degli ascolti o della classifica». Anche qui non si tratta di furore censorio ma del suo contrario. Come si sa, almeno ora, l’Ia applicata alla musica replica ad libitum gli stili del momento, senza far il salto creativo che è la caratteristica dei brani destinati a restare nel tempo. Già il Ceo di Fimi, Enzo Mazza, ha fatto appello a Stefano De Martino per stabilire confini chiari sull’utilizzo dell’Ia nei brani del Festival. Vedremo.

Di certo, anche alla luce del dibattito sulla dannosa strapotenza dell’Ia e dopo le pietose performance di cantanti privati all’improvviso dell’autotune, un segnale dalla più famosa gara di canzoni inedite del mondo aiuterebbe a dare l’intonazione giusta al futuro del pop.

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