A come «Architetto», naturalmente. B come «Bon vivant»: amava il buon cibo, le belle donne (parecchio), le cose belle: auto, ville, abiti... C come le «case» che progettò, una più straordinaria dell’altra: la Casa del Fascio di Voghera (1934), la Casa per Felice Garelli a Champoluc (1963-65), la Casa in viale Maternità ad Aosta (1951-53), Casa Cattaneo (o Villa K2), un gioiello che nel 1953 costruì ad Agra, in provincia di Varese, affacciata sul Lago Maggiore (per noi è la cosa più bella fatta da Mollino nella sua vita). E poi D come «Design»: in particolare la tecnica della curvatura a freddo del legno compensato che fin dai primi anni Cinquanta rende uniche le sue sedie, i tavoli e le poltrone... E come «Eclettico», perché Mollino fu molte cose: architetto, designer, fotografo, scrittore, maestro di sci, pilota di aerei e di auto (il Bisiluro che realizzò nel 1955 e con cui fu ammesso alla 24 Ore di Le Mans), insegnante di composizione architettonica al Politecnico di Torino, dandy, visionario... F come «Fulvio Ferrari», il direttore di Casa Mollino, a Torino: una visita irrinunciabile per chi ama i percorsi esoterici, ossia «per pochi»... E poi G, H, I...
Non basterebbe tutto l’alfabeto per raccontare vita, opere e miracoli artistici di Carlo Mollino (1905-73), uno tra i protagonisti più sfuggenti e senza etichette - perché bisognerebbe appiccicargliele tutte - del Novecento italiano. No, l’alfabeto non basterebbe. Ma si può tentare con una scelta di voci (in ordine, quello sì, alfabetico) scritte dai maggiori esperti della materia. È ciò che ha scelto di fare la casa editrice Electa con il nuovo titolo della sua collana di monografie sulle grandi figure extra-vaganti della cultura contemporanea: Mollino A-Z, un volume curato da Fulvio Irace e Sergio Pace di 260 pagine, splendide illustrazioni, 68 lemmi affidati a 34 studiosi e che ha l’ambizione leggiamo dalla presentazione
- «di sottrarre Mollino alla mitologia consolidata che lo ha spesso ridotto».
E così qui si possono ripassare voce per voce le passioni e le ossessioni del solitario architetto torinese che disegnò un pezzo di cultura del suo tempo. Scegliamo (non) a caso la voce «Asta», dove si cita il tavolo da pranzo Vertebra progettato da Mollino nel 1950 e battuto da Sotheby’s a New York nell’ottobre 2020 per la cifra astronomica di sei milioni di dollari, il prezzo più alto mai pagato per un’opera di design italiano. O «Donne»: delle quali Mollino, scapolo impenitente era collezionista (ma si legga anche la voce «Carmelina Piccolis», scultrice e pittrice cui fu legato sentimentalmente negli anni ’50), come testimoniano decenni di scatti fotografici e appartamenti trasformati in set e le celebri e richiestissime polaroid erotiche a cui si deve la fama pop di Mollino... Oppure «Drago da passeggio»: una delle sue creature più bizzarre e arcane, una sorta di scultura «portatile», in carta pieghettata e decorata a mano, che riproduce un insolito animale da compagnia, da regalare agli amici per invitarli all’ozio e far loro scoprire «il valore del tempo libero» (i draghetti erano infatti dotati di piedi, di un sofisticato meccanismo deambulatorio e di un filo-guinzaglio così da poter essere portati a spasso... erano gli anni Sessanta). O «Industria» (Mollino non fu mai interessato alla produzione di massa, mentre si preoccupava dei dettagli degli oggetti e della qualità della loro costruzione). O «Ippica», solo per ricordare il suo capolavoro (assieme al Teatro Regio di Torino, 1973): l’edificio della Società Ippica Torinese, progettato tra il 1936 e il 1939 in corso Dante; occupava un intero isolato, era un complesso composto da quattro corpi di fabbrica indipendenti per funzioni e accessi (la sede del circolo con uffici e bar-ristorante, il maneggio coperto con tribuna, le scuderie e gli alloggi del personale) e rappresenta «l’opera in cui Mollino esprime nel pieno e nel massimo
la sua cifra figurativa fatta di curve e trasparenze»; purtroppo fu demolito nel 1960... O ancora: «Leo Longanesi» e «Mino Maccari», che frequentò; o «Occultismo» (siamo pur sempre a Torino...), o «Pornografia», anche le sue fotografie non sono pornografiche; o «Volo»: coltivò l’acrobazia aerea all’Aero Club Torino, unendo la precisione del volo alla ricerca estetica e geometrica; o, per finire, «Bruno Zevi» (i rapporti tra i due oscillarono fra il burrascoso e la distanza rispettosa).
Insomma, un libro immaginifico che dimostra come le opere e la vita di Mollino squadernino davanti a noi un intero mondo: unico, scenografico (i suoi interni, il genio nel combinare gli elementi, il lavoro con la luce artificiale, il gioco di specchi, la messa in scena), squisitamente molliniano.
