Alla Biennale vince il passato: l'arte non sa più rinnovarsi

La mostra di Gioni è rigorosa, complessa, interessante E riflette l'idea che la contemporanea sia al capolinea

Nell'era della comunicazione digitale il termine enciclopedico appare desueto, perché rimanda a una concezione antica del sapere, che si depositava di generazione in generazione nelle biblioteche e nei musei. Se poi a ciò si aggiunge l'immagine del palazzo, e dunque la necessità di ancorarsi a un luogo fisico che nel virtuale di oggi indubbiamente stride, forse il tempo giusto della Biennale d'arte non è nel presente e tanto meno nel futuro, ma in uno sguardo retrospettivo che analizza tutto il '900, secolo che non ha ancora suturato ferite e lacerazioni.

Bella e difficile, affascinante ma molto lenta, la mostra di Massimiliano Gioni, Il Palazzo Enciclopedico, si presenta come un infinito catalogo di situazioni che scavalcano l'arte visiva e si gettano nell'antropologia culturale, nel recupero di tecniche tradizionali messe da parte dal gusto dominante del sistema, nella scoperta di figure marginali che non faranno a meno di intrigare un pubblico di non soli addetti ai lavori. Anche l'allestimento segue questo bisogno di curiosità, estratte dai cassetti di qualche archivio polveroso e tenute nascoste per paura o pudore: al ritmo incalzante di sequenze seriali si preferisce mostrare un nucleo complesso e articolato invece di una sola opera spettacolare e sovradimensionata. Bisogna soffermarsi, analizzare le calligrafie così minuziose e per una volta leggere didascalie esplicative abbastanza chiare sull'artista e sull'opera.

Il sapere, dunque, e non l'arte visiva in quanto categoria spesso fittizia, è l'ambizioso terreno d'indagine proposto da Gioni, una conoscenza non evoluzionistica e storicistica ma rizomatica secondo i dettami di Deleuze e Guattari (in effetti, oltre all'America e all'Italia, le due patrie del direttore, nella mostra c'è molta Francia) che si rincorre per temi e suggestioni, dal sogno alla natura, dalla psiche al corpo, dalla mania al collezionismo più disparato. Delle 140 presenze, molte sono sconosciute al sistema ufficiale e proprio lì troviamo le maggiori sorprese: chi ha dipinto per difendersi da patologie, chi si è dato all'arte per esprimere il proprio dissenso dai regimi totalitari o dalle costrizioni della società borghese, chi rincorre il desiderio di creatività come bisogno esistenziale. Ma se leggiamo le date delle opere colpisce la distanza dal presente a interrompere la consolidata abitudine secondo cui Venezia sia soprattutto la parata del nuovo. Forse questa volta ci siamo, non è finito il mondo ma l'arte contemporanea sì, se anche la Biennale abdica alla sua funzione primaria di anticipare i tempi.

La prima sala dei Giardini funziona come dichiarazione di poetica: il libro rosso di Carl Gustav Jung, padre della psicanalisi moderna, esposto sotto la volta aurea liberty di Galileo Chini riportata alla luce. Seguono la maschera mortuaria di André Breton del misconosciuto surrealista René Iché e i cristalli raccolti da Roger Caillois negli anni '50. Qui di opere belle ce ne sono parecchie e la lettura è favorita da un allestimento ordinato e antispettacolare: i dipinti sul mare del nord in burrasca del belga Thierry De Cordier, la sala con ottanta sculture in creta di Fischli & Weiss, la pittura folk dello svizzero Jean-Frédéric Schnyder, i disegni dell'occultista Aleister Crowley che sembrano tarocchi. Bisogna perdersi, lasciarsi portare dalla curiosità e chi cerca l'opera monstre, di facile impatto, come accadeva in passato, resterà deluso.

All'Arsenale, aperto con il gigantesco modello di Marino Auriti che dà il titolo alla mostra, la maestosità dello spazio condiziona la lettura da Wunderkammer. Ecco qualche gigantesca installazione video a riportarci nell'emergenza del contemporaneo, gli esperimenti scientifici a tempo di rap di Camille Henrot, i generi televisivi popolari resi ancor più trash dal bad boy americano Ryan Trecartin, la gigantesca scultura composta da 131 televisori con cui il tedesco Dieter Roth ha monitorato in diretta gli ultimi anni della sua vita. Si interrompe la sequenza con qualche intervento di artistar come l'installazione di Pawel Althamer, 80 sculture in plastica che rappresentano altrettanti veneziani. E la mostra finisce con 20 barre di bronzo, opera di Walter De Maria, quasi a dire che alla resa dei conti il gusto minimalista sarà sempre dominante, nonostante il calore emanato dalle esperienze antropologiche. Epilogo rassicurante, insomma. Non è una lista di nomi, ma il risultato della scelta di ogni singolo lavoro. La mostra funziona anche perché niente risulta casuale. E gli italiani? Bene i grandi vecchi: Marisa Merz, Carolrama, Baruchello e il sorprendente Baj degli anni '60. Bella la gigantesca Belinda di Roberto Cuoghi. Manierati e molli, come spesso accade, i giovani.

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