Quel caffè offerto a un Nobel per la fisica

L'incontro con Sir Roger Penrose, Nobel 2020 per la fisica per i suoi lavori degli anni ‘60 sulle singolarità spaziotemporali

È sempre bello incontrare una persona che sai essere stata insignita di un premio Nobel. Durante la mia (breve) carriera di fisico, ho avuto la fortuna e l’onore di incontrare due premi Nobel per la fisica. Quando il 2017 era agli sgoccioli, nella meravigliosa cornice del Perimeter Institute for Theoretical Physics in Canada, strinsi la mano e mi presentai a Reissner Weiss. Pochi mesi prima, all’affabile e grande oratore Weiss, era stato assegnato l’ambito premio insieme a Thorne e Barish per essere stati i padri dell’esperimento che ha misurato per la prima volta le onde gravitazionali. Difficilmente si ricorderà di me, studentello PhD in Canada in cerca di una posizione di post-doc, però io la mano gliel’ho stretta. Qualche anno prima, a Marsiglia, fu invitato a fare un seminario all'Università l’inflessibile Gerard t’Hooft, premio Nobel per la fisica nel 1999 insieme a Veltman per i loro lavori sulla forza debole. In questo caso non solo gli strinsi la mano e mi presentai, ma feci una domanda al seminario che più o meno suonava come un “ma quello che stai dicendo non ha senso”, con pernacchietta finale, modo di fare tipicamente francese che, mio malgrado, avevo fatto mio negli anni vissuti nel sud della Francia. La bellezza del mondo della fisica teorica è che un premio Nobel prende sul serio e risponde a tono anche allo sconosciuto studente di dottorato con accento italiano e qualche espressione francese. La sua risposta non mi ha soddisfatto affatto, e l’amichevole ma accesa discussione è continuata per un bel pezzo, arricchita dalla presenza di altri interessati davanti al buffet post-seminario. Nessuno dei due è riuscito a convincere l’altro. Ci sono più chance che alla fine abbia ragione lui. O forse no. Molto più probabilmente non ha ragione nessuno dei due e la soluzione al problema che assilla i fisici teorici dal ‘76 non avrà nulla a che vedere con l’argomento della nostra discussione.

È sempre bello incontrare una persona che sai essere stata insignita di un premio Nobel. Ancora più bello, però, è incontrare ed offrire un caffè ad un tuo idolo (scientificamente parlando) che pensi meriterebbe il Nobel molto più di molti che lo hanno ricevuto, e che dopo qualche anno effettivamente lo vince. Sto parlando di Sir Roger Penrose, fresco fresco di Nobel 2020 per la fisica per i suoi lavori degli anni ‘60 sulle singolarità spaziotemporali. Proprio quei lavori dai quali parte, oltre che un’enormità di articoli scientifici e idee, la mia modesta tesi specialistica in fisica teorica, sulla quale stavo lavorando a Marsiglia nel gruppo di Carlo Rovelli quando Penrose venne in visita nel nostro gruppo. Ricordo di non aver capito assolutamente nulla del seminario che ha presentato. Non perché non sia un bravo speaker, anzi. Le sue trasparenze disegnate e colorate a mano sono famose in tutto il mondo scientifico e non solo. Ma perché parlava di twistori e concetti matematici troppo complessi per la mente di un povero studente che mesi prima aveva studiato i teoremi di Penrose e ora se lo trovava davanti. Anche avesse parlato di Vespe e Lambrette probabilmente non avrei capito, intento a scattargli una foto cercando di non farmi vedere. Nel gruppo di Marsiglia c’era, e c’è ancora, la consuetudine ad organizzare i seminari all’ora di pranzo. Li chiamiamo “relativity lunch” e si possono esemplificare così: uno parla mentre tutti gli altri mangiano. Penrose, chiaramente, non è stato risparmiato. Il suo panino comprato al baracchino fuori dal CPT (Centre de Physique Théorique) giaceva sconsolato sul tavolo mentre il simpaticissimo ottantenne cercava di arrivare in fondo al suo seminario, rispondendo con chiarezza e puntualità alle domande con le quali veniva subissato (o almeno così mi hanno detto: ricordate? Io non ci ho capito nulla). Cominciato a mezzogiorno, alle tre il povero malcapitato ancora parlava senza aver toccato cibo, finché, scusandosi, non si è seduto prendendo finalmente in mano il sopracitato panino (freddo). Quando poi, finito l’estenuante seminario, dal borsellino di Penrose sembravano uscire solo sterline, ho preso la palla al balzo e mi sono proposto di offrirgli il caffè. Lo abbiamo bevuto velocemente godendoci il soleggiatissimo caldo ventoso del parco nazionale delle calanques che ospita il CPT. Ho avuto modo di presentarmi e di parlare brevemente di quello a cui stavo lavorando. È sembrato interessato, e questo mi basta. Come per Weiss non si ricorderà di me, ma è sempre bello incontrare e offrire un caffè ad una persona che vincerà il premio Nobel.

Chissà tra l’altro che fine ha fatto, smarrita nei miei traslochi intercontinentali degli anni successivi all’incontro, la locandina per pubblicizzare il suo seminario pubblico che ho avuto il coraggio di chiedere mi autografasse. Forse è il caso la vada a cercare, ora che Sir Roger Penrose è, come dicono nella sua Oxford, un “Nobel laureate”.

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Commenti

michelemichelino

Dom, 08/11/2020 - 17:26

Ah Tommaso: eh basta con queste pernacchiette made in France e fotografie con la Leica scattate di nascosto invece di ascoltare chi ne sapeva più di te. Ah, non era una Leica? Poco importa: la Leica resta la mia macchina fotografica preferita dopo le fotocamere artigianali Ebony (made in Japan) di grande formatto.