Cari critici, ammettetelo: i romanzi non li leggete

La sociologia domina la letteratura, lo scrittore si è ridotto a documentarista socialmente utile. Il libro in sé conta nulla: perché perdere tempo a sfogliarlo?

Cari critici, ammettetelo: i romanzi non li leggete

Da quale presupposto nasce la sociologia della letteratura, la quale oggi è preferita di gran lunga all'analisi testuale dai critici letterari che cercano ogni giorno nuovi modi e nuove pose per riacquistare un briciolo di autorevolezza presso i lettori - alle volte mostrando superbia, altre volte mostrandosi simpatici e ironici, altre volutamente antipatici o simpaticamente cinici? Il presupposto è sempre l'individuazione di un fenomeno, ovvero qualcosa di riscontrabile non in un singolo autore o in un solo testo ma in una tematica verificabile in un complesso di libri e di autori. Dunque la letteratura perde così la sua efficacia testuale - quando il singolo testo è un oggetto unico di riflessione - per diventare l'indice di un fenomeno più o meno vasto che rimanda a una possibilità di interpretazione (o sarebbe meglio chiamarla sistematizzazione e generalizzazione) del mondo.

Faccio un piccolo esempio tra i tanti che si potrebbero fare. Filippo La Porta, in un breve articolo sull'ultimo numero del bimestrale L'Immaginazione (che ha avuto un certo successo anche su Facebook, alimentando una discussione), riscontrava nella letteratura italiana contemporanea la nascita di un genere, quello del racconto della morte della propria madre. Il critico scriveva pure che non era della qualità delle opere citate che voleva parlare ma appunto riscontrare un fenomeno - un fenomeno che gli faceva desumere, in appena poche righe, che gli italiani sono un popolo tragicomico, tra commedia all'italiana e dramma da operetta. Mi domando: di cosa dovremmo parlare se non della qualità delle opere? Non è la qualità delle opere il presupposto di qualsiasi interpretazione (del resto lo stesso La Porta ne è cosciente, lo dimostra il suo libro forse migliore, Maestri irregolari )? Con tale premessa, ogni atteggiamento critico è concesso. Ad esempio si può affermare che nel genere «racconto della morte della madre» rientra anche l'ultimo film di Moretti, salvo aggiungere che quel film non lo si è visto. Come dire, l'importante non è il film ma il fenomeno in cui rientra. A Filippo La Porta si potrebbe rispondere che il più importante romanzo italiano del 2014, Spregamore di Paolo Del Colle (che nel suo articolo non ha citato - su Il Giornale , invece, ha scritto una bellissima pagina Aurelio Picca), raccontava proprio della morte della madre (personalmente gli ho dedicato un saggio critico come postfazione al libro). Al solo pensiero di inserire questo libro in un «fenomeno», di farne della sociologia, proverei orrore. Quelle pagine rivelano la verità di un dolore, e lo fanno con una lingua e una sintassi tanto complesse quanto sorprendenti in un panorama in cui la semplicità è diventata un feticcio, appena il facile travestimento di chi non ha nulla da dire.

È chiaro quindi che se il singolo libro fa parte di una categoria di un fenomeno più vasto, il suo grado di interesse sarà proporzionalmente maggiore rispetto a un testo con un «indice fenomenico» di più ridotta portata. A conti fatti i libri si leggono, si interpretano e si giudicano per il loro tema - o argomento -, non già per la loro qualità estetica - quindi etica -, cioè per come quell'opera è stata vissuta, pensata, strutturata e scritta. L'opera è insomma l'oggetto, tra gli infiniti altri, di uno studio sociologico. Del resto lo sappiamo che la sociologia ha soppiantato tutte le altre discipline di interpretazione della realtà - per la verità sostituendo all'interpretazione la fotografia, il mero descrittivismo. E se la critica letteraria non è più un mezzo per leggere il mondo, tanto vale che pure i critici diventino sociologi della letteratura, e a loro volta gli autori per così dire primari, gli scrittori d'invenzione, per intenderci, che non sono certo esenti da questo discorso, dei documentaristi socialmente utili (da Saviano quanti romanzi-reportage sulla mafia? O quanti romanzi sulla precarietà del lavoro dall'Aldo Nove di Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese o il Mario Desiati di Vita precaria e amore eterno ?).

Si potrebbe suggerire agli autori di scrivere di niente, cioè di fuggire tutti gli argomenti o i temi che potrebbero carcerarli in una statistica. Se la letteratura ha avuto un merito fino a non molti anni fa, è stato quello di smarcarsi proprio dalle facili schematizzazioni per creare essa stessa un punto di vista nuovo sul mondo e sulla realtà, senza necessariamente dover rincorrere il presente e le interpretazioni che se ne danno (a forza di invocare la liquidità del presente, abbiamo trasformato la letteratura in un buco nell'acqua). La letteratura dovrebbe essere - così come è sempre stata - la più grande espressione di rivolta contro la democrazia. Eppure si fa di tutto per democratizzarla, cioè per renderla fruibile (per i romanzi si sente spesso dire: questo libro ha una trama debole; come se la nostra vita l'avesse, una trama), per delegittimarla della sua non-funzione, della sua sacrosanta inutilità (un'inutilità che mira al vero); insomma, per renderla impotente, sociologizzandola. Basti pensare a come al concetto di realtà (su cui secoli di filosofia hanno dibattuto) si sia sovrapposto quello, appunto, di società. Non è solo una questione terminologica (e se pure si trattasse solo di questo, sarebbe già sufficientemente grave) - qui si vuole organizzare pure l'assurdo, ciò che è al di là del bene e del male. Ancora mi domando: si può essere davvero scrittori senza possedere un briciolo di fede? Dico, si può essere scrittori senza possedere una fede che ci faccia aderire a qualcosa che abbiamo visto e che, pur non potendo sistematizzare, o con la ragione organizzare, ci sembra più che mai reale? In quell'assunto fin troppo citato, Wittgestein, in chiusura del suo Tractatus logico-philosophicus , scriveva che su ciò «di cui non si può parlare, si deve tacere». Ma nessuno cita quello che scriveva qualche riga prima, ovvero che colui che ha compreso il senso del suo lavoro; colui che ha capito come il mondo può essere detto in proposizioni semplici, deve infine «trascendere queste proposizioni; è allora che egli vede rettamente il mondo».

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