Da Dragon Ball Z a Lafcadio Hearn: "Disegno per accendere la luce"

L’amore per il Giappone e il futuro dell’illustrazione nell’era dell’immagine digitale. Benjamin Lacombe si racconta

Da Dragon Ball Z a Lafcadio Hearn: "Disegno per accendere la luce"

Un film di Tim Burton, un manga giapponese con il mistero di Leonardo e un tocco di Walt Disney: il surrealismo raffinato, ma pop di Benjamin Lacombe. L’artista francese si racconta a ilGiornale.it. a partire dalla sua versione illustrata dei racconti di Lafcadio Hearn (Storie di fantasmi del Giappone, edita in Italia da L’Ippocampo). Protagonisti: storie di fantasmi e antiche leggende che, dal Giappone, parlano anche di noi.

Storie di fantasmi del Giappone è la sua versione illustrata dei racconti di Lafcadio Hearn. Perché ha deciso di occuparsi di Giappone?

“Già da piccolo, sono nato negli anni ‘80, ero innamorato della cultura giapponese. Eravamo all’inizio dei primi anime e manga in Francia: gli anime di Toriyama come Dragon Ball Z, dei manga di Shigeru Mizuki, dei film di animazione di Kipling e Myiazaki. Li amavo molto e volevo saperne di più. La peculiarità della cultura giapponese è quella di essere particolarmente produttiva nel folklore. Ci sono così tanti personaggi strani nei manga e nei vari movie che ho detto: ‘Voglio sapere chi sono e quali sono le loro storie’. È così che ho iniziato a illustrare i racconti raccolti in questo libro”.

Perché proprio i fantasmi?

“I due paesi che hanno una tradizione più forte in tema di fantasmi sono la Scozia e il Giappone. E la ragione è climatica: lì il tempo è quasi sempre nuvoloso. In Giappone prevalgono le foreste e l’umidità produce atmosfere rarefatte e nebulose: l’ambientazione ideale per storie di fantasmi. In Francia non è così, conosciamo soltanto l’immagine classica del drappo bianco che dice ‘sono un fantasma’. In Giappone è tutto molto più complesso e interessante. Io adoro la Marvel e sono sempre stato affascinato e attratto da tutte le storie un po’ weird. Nella cultura giapponese i fantasmi sono un tema specifico in modo diverso rispetto all’Europa. È una questione di energia. Il fantasma è fondamentalmente un yōkai e un yōkai può essere tutto: un tavolo, l’acqua. È un tipo di energia yin, un’energia oscura che può prendere possesso di qualsiasi cosa. Per questo bisogna sempre avere rispetto di tutto”.

Qual è il suo racconto preferito?

“Ci sono due racconti che ho amato particolarmente. La storia di Itō Norisuké è molto poetica e parla di come bisogna imparare a fidarsi della persona amata. Perché se perdi la fiducia hai perso tutto, cosa che purtroppo abbiamo vissuto un po' tutti, credo. Anche Il ragazzo che disegnava gatti è un racconto brevissimo ma molto intrigante e divertente. Ad essere veramente interessante nelle storie giapponesi di fantasmi è proprio quello che puoi imparare. Ti lasciano sempre un insegnamento filosofico, queste due storie come tutte le altre”.

Tim Burton, Edgar Allan Poe, il Surrealismo e Walt Disney: come hanno influenzato il suo stile?

“Tutti hanno influenzato il mio lavoro. In tempi e in modi diversi. Sono nato con i cartoni della Disney, come tutti in Europa. Io li adoravo e l’animazione è stato il mio primo amore. Poi ho scoperto la pittura e in particolare la pittura italiana del Quattrocento. Mi ricordo ancora quando, dovevo avere 10 anni, ho scoperto Leonardo Da Vinci al Louvre. Mi sono innamorato. È stato una rivelazione che poi ha influenzato tantissimo il mio stile. Le ombreggiature e, come puoi notare, non dipingo mai personaggi che sorridono mostrando i denti! E adoro il mistero che traspare dai suoi dipinti. Tim Burton l’ho scoperto dopo, a 15-16 anni. Poi, con Poe mi si è aperto un mondo: esistono storie che non parlano solo di unicorni con lieto fine. Ho scoperto che c'è anche un mondo diverso un po’, diciamo, più ‘adulto’”.

Preferisce scrivere e illustrare storie che ha scritto o illustrare testi che già esistono?

“Veramente amo entrambe le cose. Ho scritto per diversi anni. Il primo libro risale al 2015-2016. Ma la cosa che preferisco è collaborare. Ho lavorato con Sebastian Perez, che è un autore che mi piace molto. Insieme abbiamo creato un vero e proprio universo, percorrendo vie che da soli non avremmo mai esplorato. Questo è il senso di una collaborazione. Quando illustro testi di qualcun altro è un po’ un mix: da una parte non amo essere troppo condizionato e dall’altra non sopporto ripetermi. Avendo illustrato tutti i miei libri sono arrivato a certo punto in cui il cerchio si è chiuso. Illustrare autori diversi e di diversi periodi mi permette di evolvere e di mettermi alla prova ogni volta”.

Ritiene che l’illustrazione accompagni la narrazione, aggiunga qualcosa o narrazione e illustrazione agiscono su due livelli diversi?

“Ognuno ha un diverso modo di illustrare, il mio è di non ripetere ciò che il testo già dice. Io voglio andare oltre, creando un’ulteriore narrazione e sviluppando un dialogo tra i due livelli. È qualcosa di magico: c’è il testo che già esiste e poi c’è l’illustrazione che attiva qualcosa di ancora inespresso del testo stesso. L’illustrazione è una modalità di narrazione visuale che porta una storia su un altro livello, a dire qualcos’altro a chi legge”.

Pensa che l’immagine sia in grado di dire qualcosa che la parola non è in grado di dirci?

“Qualche volta succede, certo. Capita di avere sensazioni che non si possono descrivere a parole, come quando scopri un dipinto che ti colpisce a tal punto che dici: ‘Wow’. Ecco, tu non sai dire perché ti colpisca così tanto, ma di fatto lo fa. L’illustrazione permette di esplorare ambiti preclusi alla parola. Ma può succedere anche il contrario: quando le parole colgono cose che sono impossibili da illustrare”.

Il suo stile di illustrare cambia a seconda che si tratti, per esempio, di ragazzi o adulti?

“Sì può cambiare in base al target. Storie di fantasmi del Giappone è un libro per adulti. Sia per il livello dei testi che per il simbolismo che caratterizza le immagini. Non si tratta di un’illustrazione letterale del testo ma è ricca di riferimenti che vanno ricercati poi nel libro. Quando si disegna per i bambini bisogna stare attenti a due cose: rappresentare i personaggi nella loro interezza come vengono descritti e semplificare molto le forme per facilitare la comprensione”.

C’è un libro in particolare che ha cambiato il suo stile di disegno?

“Io penso che ci sia stata un’evoluzione dopo ogni progetto. E questo da quando ho iniziato a disegnare, vent’anni fa. C’è però un libro che ho pubblicato in Francia nel 2002. Era un comics e la cosa divertente è che parlava di storie di fantasmi giapponesi. Rivedendoli si può notare come il mio stile si sia evoluto e anche, spero, migliorato, negli anni. Quindi ora, che sono ritornato sugli stessi temi, è un po’ come se il cerchio si chiudesse”.

Illustrare i classici o storie del passato è un modo per attualizzarli o una via di fuga dal presente?

“Entrambe le cose. I classici non hanno tempo, si tratta di storie che parlano alle persone a un livello così profondo che sono sempre attuali. Come nel caso delle storie di fantasmi giapponesi dove si parla di temi come l’oltraggio e la mancanza di rispetto nei confronti della natura. Qualcosa che riguarda il nostro presente e con cui ora stiamo facendo i conti. I classici trattano dell’animo umano, dei sentimenti e del nostro modo di gestirli. Per questo che nel tempo cambia il modo di illustrarli. Sono come uno specchio della società. Ma illustrare i classici è anche un modo per fuggire perché parli di un altro tempo, di un altro modo di vivere ed per questo che li amo. Io in genere non illustro storie della nostra quotidianità ordinaria, di persone che si svegliano, che bevono il caffè e che poi prendono la metropolitana e vanno al lavoro. Non sono queste le storie che amo illustrare”.

L’illustrazione ha un futuro, considerando il progresso del digitale?

“Io penso che stiamo avendo una golden age dell’illustrazione. Perché abbiamo tantissime modalità per illustrare e l’immagine è ovunque. Penso soprattutto al pubblico giovane che ha ben chiare le potenzialità narrative dell’immagine. Sono abituati a postare le stories su Instagram, a cercare l’inquadratura o l’ambientazione giusta. E questa è già una base. Ma l’illustrazione è qualcosa di molto più complesso ed elaborato. Questo è un periodo interessante anche per la consapevolezza nell’uso delle tecnologie, che ora sono in grado di riprodurre la tridimensionalità di un libro carosello o pop-up. Ma i libri digitali sono una categoria molto sopravvalutata per cui in Europa non esiste ancora un mercato. Penso che sia il libro illustrato classico che la sua versione digitale cresceranno in modo parallelo, stimolandosi a vicenda”.

Qual è per lei il senso di illustrare storie?

“Illustrazione è un nome che deriva dal latino lustrare e significa accendere la luce. L’illustrazione è questo: ciò che proietta la luce su un testo e improvvisamente lo illumina”.

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