Ecco gli intellettuali sedotti dal terrorismo tra simpatie e silenzi

Scrittori, giornalisti ed editori si trovarono invischiati nella spirale della violenza. Alcuni non la capirono, altri la giustificarono 

Ecco gli intellettuali sedotti dal terrorismo tra simpatie e silenzi

In ogni naufragio della Storia ci sono i sommersi e i salvati, in ogni resa dei conti c'è chi paga per quel che ha fatto, chi si vede presentare un conto esagerato e chi la fa franca. In ogni politica a mano armata c'è chi, magari, una cosa la dice o la scrive soltanto e chi la fa. Figurarsi allora che incrocio di radici velenose, è possibile riscoprire se si va a scavare negli anni di piombo, nell'eversione di estrema sinistra. Perché attorno ai ragazzi con la pistola, c'era una varia umanità. A volte faceva il tifo, altre forniva copertura, altre ancora garantiva un omertoso silenzio, altre fornivano, magari in buona fede, una giustificazione. Basti fare un esempio: le persone condannate per reati connessi alla lotta armata sono state circa 4200, gli inquisiti circa 20mila. Quando poi la Storia ha reso chiaro a tutti come sarebbero andate a finire le speranze di rivoluzione con la P-38, è diventato comodo per molti, magari passati dalla guerra di classe al salto di classe, seppellire il passato. Dare una verniciata al dazebao della memoria. Spesso contando sulla solidarietà di chi era nella stessa situazione di ambiguità. Una filosofia della dimenticanza accettata con poche eccezioni. Ora tra le eccezioni bisogna annoverare il saggio di Massimiliano Griner per Chiarelettere che sarà in libreria da domani. Si intitola La zona grigia (pagg. 304, euro 16) e già nel sottotitolo inquadra l'estensione del fenomeno «Intellettuali, professori, giornalisti, avvocati, magistrati, operai. Una certa Italia idealista e rivoluzionaria». E leggendo si ha la conferma di quanto disse il brigatista Germano Maccari: «Voi non mi credereste se vi dicessi in quante case di persone che oggi hanno un ruolo molto importante nell'informazione, o comunque un ruolo importante nella società, si faceva a gara per avere a cena uno come me». Sul versante degli intellettuali il numero di quelli che flirtarono con la violenza di classe e affini (fosse anche solo scusandola, senza avere contatti diretti) è notevolo. Griner elenca un'infinità di nomi, da chi come il poeta Franco Fortini scandiva slogan come «Guerra no! Guerriglia si!» a editori come Giulio Einaudi - che personalmente infilava all'interno delle sue collane testi come L'estremismo, rimedio alla malattia senile del comunismo dei fratelli Cohn-Bendit - o Giangiacomo Feltrinelli - che pubblicava testi come Il Sangue dei Leoni, un «elenco meticoloso di tecniche di guerriglia e sabotaggio». Una miopia di lunga durata che è addirittura sopravvissuta al terrorismo. Griner sviscera le vicende del terrorista e latitante Cesare Battisti. Si sono spesi in suo favore, spiega, riviste on line come Carmilla, scrittori come Valerio Evangelisti o Giuseppe Genna (per lui Battisti era «un adrenalinico zingaro dello spirito e delle geografie»), giornalisti come Gianni Minà. Ma forse lo scrittore che più non fa misteri della sua contiguità con ambienti tolleranti verso la lotta armata è Erri de Luca. In Zona Grigia c'è un collage di sue espressioni che non necessitano commento, tra cui questa: «Gli anni di piombo? Saranno stati di piombo per gli idraulici, perché non c'era ancora il Pvc!». Ovviamente i livelli di vicinanza erano molti e molto diversi: c'è chi ha ospitato terroristi come Giuliana Conforto, chi ha semplicemente fornito testimonianze processuali inesatte, Griner cita il latinista Mario Geymonat. E a volte in tutto questo grigio il piombo delle pallottole ha flirtato, consapevolmente o inconsapevolmente, con quello delle tipografie, con le scelte giornalistiche di alcuni redattori e di alcune testate che non capirono l'eversione. Lotta continua potè circolare grazie alla firma come direttrice della giornalista radicale Adele Cambria. Non ne condivideva la linea ma firmava per amore di libertà di stampa, come fecero altri giornalisti con altre testate. Alla fine si dimise criticando con forza le scelte della redazione, ma intanto era usciti gli articoli che giustificavano gli assassinii di Calabresi e di Oberdan Sallustro (pur stigmatizzati dalla Cambria sulle stesse pagine del giornale da lei diretto). E poi c'era l'ambiguità delle grandi testate come il Corriere di Pietro Ottone che non pubblico subito la foto Giuseppe Memeo, rivoltella alla mano, in nome di una presunta «equidistanza». O la fame di scoop di certi cronisti che avevano, secondo Griner, contatti con i terroristi in clandestinità o con i loro fiancheggiatori e, a volte, rischiavano di diventare inconsapevoli megafoni come Mario Scialoja dell'Espresso che venne poi sentito sulla natura delle sue fonti dalla magistratura. E certo il saggio scatenerà polemiche anche solo per i nomi citati, ci sono tra gli altri Dario Fo, Camilla Cederna, Lanfranco Pace, Franca Rame e il soccorso rosso, Caterina Pilenga vedova dello scrittore Vincenzo Consolo. Ma in fondo la zona grigia era fatta soprattutto da persone normalissime che si limitavano a una alzata di spalle o a un egoismo poco ideologico. Come l'operaio che disse a Giampaolo Pansa a proposito dell'omicidio di Carlo Casalegno (con Tobagi uno dei pochi editorialisti duri sul terrorismo): «Ehi, giornalista, se mi ammazzano a me, tu lo fai lo sciopero?... Scrivi: uno, cento, mille Casalegno. A me mi vanno bene!»..

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