Ecco «Il romanzo luminoso» che lascia in ombra tutti gli altri

Fluviale, privo di accorgimenti tecnici, di una trama evidente e di eventi decisivi. Il libro di Mario Levrero non obbedisce ai dettami imperanti. E per questo segna la nostra epoca

Ecco «Il romanzo luminoso» che lascia in ombra tutti gli altri

Un genere letterario è una specie di contratto che unisce chi scrive, chi legge e chi pubblica. Ogni epoca rinnova questo contratto: cambia il modo di editare e diffondere un testo, cambia la mentalità comune, cambia la scrittura, i lettori diventano di volta in volta più esigenti, oppure più grossolani, e tutto questo determina, unito ad altri fattori, ciò che in un'epoca s'intende con la parola «romanzo» o con la parola «poesia», o «teatro», e così via.

Allo stesso tempo, tuttavia, chi marca un'epoca non è tanto chi si attiene ai termini del contratto (anche se questo è forse il modo più usuale per ottenere il successo), ma chi, scavando sotto quei termini, riesca - per vie che risultano sempre diverse - a raggiungere qualcosa che sta prima di tutti i contratti, e che noi potremmo chiamare, sia pure tra virgolette, l'«essenza» di quel genere. In altre parole: a marcare un'epoca sono, di norma, coloro che al trend di quell'epoca si oppongono, spesso fieramente. Non perché siano migliori degli altri, ma perché le norme e le convenzioni si rendono visibili solo quando vengono infrante: finché si vive al loro interno restano invisibili (e questo vale per tutto, non solo per la letteratura).

Tutto questo preambolo per parlare di un'uscita editoriale per tante ragioni eccezionale: si tratta de Il romanzo luminoso (pagg. 700, euro 19, traduzione di Maria Nicola) dello scrittore uruguagio Mario Levrero (Montevideo 1940-2004), edito in una veste originale (seppur non comodissima) dalla neonata casa editrice Calabuig, che è uno spin off di Jaca Book. Il romanzo luminoso è una sorta di enciclopedia, non so quanto involontaria, di tutto ciò che un romanzo non deve essere oggi: non solo per la sua lunghezza, non solo per il suo rifiuto quasi maniacale di qualsivoglia accorgimento tecnico, ma per la quasi totale assenza degli elementi-base che vengono richiesti oggi per poter parlare di «romanzo»: niente trama riconoscibile, nessuno sviluppo dei personaggi, nessun climax , nessuna atmosfera (se si esclude una certa propensione alla claustrofilia, con un forte sentore di aria viziata da molte fritture e sigarette sovrapposte), insomma nessun appiglio/ appeal per il lettore.

Anche la forma appare a una prima impressione assai sbilenca: il romanzo vero e proprio occupa le ultime 150 pagine del libro, mentre le prime 550 sono occupate dal diario dello scrittore durante l'anno concessogli dalla Fondazione Guggenheim, che gli ha finanziato un anno di lavoro affinché lo scrittore possa scrivere il suo libro senza doversi occupare d'altro. Il romanzo luminoso è sostanzialmente la storia di un uomo che per contratto deve scrivere un romanzo in un momento drammatico (come tutti i momenti, a ben guardare) della sua vita, con l'età che avanza, i medici scontenti del suo stato di salute, la necessità di assumere molti farmaci, le dipendenze - non più dalla droga, ma sempre più dall'informatica, videogiochi ecc. -, con la presenza ipnotica, punteggiata dalla presenza di una donna di cui non si capisce se ami o no lo scrittore, né se lui la ami o no. Questa donna è in realtà la Sfinge, con cui il destino - unico protagonista di tutti i romanzi del mondo - si presenta alla sua vita: il suo nome, Chl, può essere Chloe (come la pastorella che ama Dafni prima di scoprirsi erede di un'immensa fortuna) o anche Chloto, la Moira che tesse il destino di tutti i viventi.

L'io dello scrittore è il vero protagonista del libro. (L'altro protagonista è, a mio avviso, il Contratto: sia quello che lui ha stabilito con chi lo paga, sia il contratto che definisce, come detto sopra, l'assetto della forma/romanzo.) In un susseguirsi di pagine e di immagini che sembrano prese con una telecamera fissa, a circuito chiuso, l'io si svela, distrutta ogni finzione, per quello che è: frammentario, discontinuo, sempre interrotto, sempre disturbato. Niente a che fare con l'io-sovrano che l'industria culturale sogna per i suoi botteghini. La necessità di scrivere e l'impossibilità di farlo diventano, in corso d'opera, una sola cosa (conosco in proposito un solo precedente, La fornace di Thomas Bernhard), la letteratura si abbatte sulla vita come un aereo in avaria, lo sguardo dell'immaginazione sembra non riuscire a sollevarsi dai mille fastidi che lo tengono ancorato a terra.

Eppure, alla fine scopriremo che questo diario nel quale nulla sembra accadere, dove le cose risultano sempre uguali, questo diario dove non riusciremo ad ammirare né un dialogo, né una descrizione, né una situazione tesa, e dove nulla sembra motivarci a girare pagina, coincide esattamente con il romanzo, e che romanzo.

Ecco quello che si può chiamare un capolavoro. Il romanzo luminoso si nega ogni esibizione di tecnica ed è un prodigio di tecnica; si nega ogni trama e la sua trama è fitta e persuasiva come poche; rifiuta ogni rappresentazione psicologica ed è uno dei migliori ritratti del nostro io così come esso è realmente, fuori da ogni infingimento. Ed è perciò parente - diciamo nipotino - di Guerra e pace , o dell' Ulisse . Leggendolo, nella sua singolarità, si capisce di nuovo che cos'è un romanzo: non l'ostentazione della capacità dello scrittore di governare un testo, ma un inno alla vita così come essa è e della sua forza immensa - come la forza dell'erba che squarcia l'asfalto.

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