Genova contro Venezia. La guerra per dominare il Mediterraneo

"Il Grifo e il Leone", saggio di Antonio Musarra, descrive in maniera approfondita la rivalità secolare tra Genova e Venezia

Genova e Venezia, le due anime dell’Italia marittima medievale, intente a confrontarsi in un perenne dualismo, hanno vissuto la loro epoca d’oro scontrandosi, rivaleggiando e studiandosi reciprocamente per ottenere l’egemonia e la supremazia sulle rotte commerciali e i flussi economici che interessavano il Mediterraneo. Nel saggio Il Grifo e il Leone (Laterza, 2020) lo storico Antonio Musarra descrive nei dettagli le cause e gli sviluppi di una rivalità che per secoli ha plasmato gli scenari nel “Grande Mare” e reso la contesa per il suo controllo economico una sfida tutta italiana.

Musarra costruisce un'opera originale su un tema complesso e raramente approfondito organicamente in precedenza unendo alla perizia del cacciatore di archivi (dai registri commerciali agli atti pubblici governativi, l’apparato bibliografico è estremamente articolato) una visione di insieme che potremmo definire “geopolitica”. Definiti da Francesco Petrarca, che attorno al 1353 provò a mediare senza successo tra le due potenze, gli “astri d’Italia” Genova e Venezia consolidarono una rivalità a tutto campo dopo aver contribuito al dinamismo del Mediterraneo a cavallo tra il X e l’XI secolo, sviluppando le rotte commerciali interne e contribuendo ad animare le relazioni con l’altro mondo, quello islamico, sia sul fronte commerciale che sul versante “conflittuale”, fornendo sostegno ai primi crociati diretti verso la Terra Santa.

In questa rivalità non mancarono come fattori scatenanti: l’elemento geografico, essendo Genova e Venezia poste al vertice di due bacini marittimi diversi, il Tirreno a Ovest e l’Adriatico a Est, forti di rotte commerciali in parte complementari e in parte sovrapposte; l’ambizione umana, la fame di nuovi mercati e di nuove espansioni commerciali; un latente senso di insicurezza reciproco, quasi una versione su scala ridotta della “trappola di Tucidide” ora temuta su scala globale per Stati Uniti e Cina. Parliamo di una relazione bilaterale estremamente complessa. “Guerrieri e mercanti”, nota Musarra, genovesi e veneziani “esprimevano in maniera peculiare l’appartenenza a una società abituata a risolvere le controversie con la violenza”. Al contempo, consci delle logiche “di cartello” del mondo del commercio marittimo e della necessità di stemperare le tensioni, veneziani e genovesi non mancarono di stabilire tregue locali o vere e proprie cooperazioni strategiche. Musarra cita l’impresa commerciale comune posta in essere tra il veneziano Bonifacio da Molin e il genovese Nicolò di San Siro, originario di Acri, incontrati a Konya, capitale del sultanato di Rum, dal minore Guglielmo di Rubrouck, e segnala come a Trebisonda e a Tana, centro posto alle foci del Don “ad confinia mundi et in faucibus inimicorum nostrorum”, di fronte ai potentati mongoli, le due città cooperassero per chiudere a potenziali concorrenti l’accesso ai mercati.

Tutte le guerre di Genova e Venezia

La volontà di potenza veneziana, espressa con la deviazione della quarta crociata su Costantinopoli e la fondazione dell’Impero latino d’Oriente nel 1204, sdoganò apertamente la rivalità. Tra il 1256 e il 1381 combatterono ben quattro guerre.

Musarra di questi conflitti fa un’attenta descrizione, unendo all’analisi minuziosa degli avvenimenti politici e militari le storie di uomini, guerrieri, mercanti e diplomatici, intenti a tramare per gli interessi dell’una o dell’altra parte. La guerra di San Saba (conclusa nel 1270) vide nel suo svolgimento il ritorno a Costantinopoli di Michele VIII Paleologo, “esiliato” alla guida dell’Impero di Nicea, col sostegno genovese, schiaccianti vittorie navali della Serenissima (ad Acri nel 1258, a Settepozzi in Eubea nel 1263 e al largo di Trapani in Sicilia nel 1266) e operazioni di “guerra asimmetrica” da parte della Superba, intenta a compiere raid contro naviglio leggero nemico e convogli. Tra il 1293 e il 1299, in due fasi, scoppiò una nuova guerra che vide in alcuni momenti Costantinopoli allearsi con Genova, Venezia distruggere la colonia genovese di Galata ma subire, nel 1298, la durissima sconfitta patita da Andrea Dandolo nelle acque di Curzola (84 galee affondate o catturate su 95 complessive) contro i genovesi di Lamba Doria, in cui Marco Polo fu preso prigioniero. Un anno dopo la pace mediata dal Comune di Milano contribuì a stabilizzare l’influenza de facto delle due Repubbliche nei territori dell’Impero bizantino, contribuendo a stabilizzare una situazione che avrebbe garantito alcuni decenni di pace. Interrotti da alcuni scontri che tra il 1350 e il 1355 videro Venezia tentare di snidare, senza eccessivi successi, l’egemonia genovese nel Mar Nero e contribuire alla cacciata dei liguri dalla Sardegna con l’alleanza col Regno d’Aragona in un terzo conflitto a bassa intensità, gli equilibri esplosero con la guerra di Chioggia.

Tra il 1378 e il 1381 l’oggetto del contendere fu l’avanzata genovese nell’isola contesa di Cipro, governata dalla dinastia dei Lusignano, che piazzando guarnigioni a Nicosia e Famagosta controbilanciava. un arco di supremazia veneta che andava dal cuore della Pianura Padana fino all’Epiro, passando poi alle isole egee. Tra il 1378 e il 1380, con l’aiuto della signoria di Padova, Genova portò la guerra nel territorio nemico, arrivando ad occupare Chioggia fino alla riconquista veneziana, mentre il Ducato d’Austria e il Regno d’Ungheria sottraevano alla Serenissima, rispettivamente, Treviso e la Dalmazia. La pace di Torino (1381) confermò tali cessioni territoriali ma garantì a Venezia il monopolio commerciale sull'alto Adriatico, ridimensionando solo in parte la sua potenza.

Le guerre genovesi-veneziane plasmarono per oltre un secolo e mezzo il Mediterraneo intero, lo consegnarono da un lato all’instabilità e lo esaltarono dall’altro nella sua rilevanza geopolitica. Musarra spiega nel suo saggio in maniera approfondita perché tale rivalità divenne scontro sistemico.

Una rivalità esistenziale

Troppo simili per coesistere pacificamente, troppo ambiziose, troppo sviluppate per accontentarsi di un ruolo da comprimarie, le due città potevano trattare da pari a pari con sovrani e imperi, cogliere la fondamentale importanza del controllo dei mari nell’ottica delle strategie di espansione commerciale e territoriale, riportarono nel “Grande Mare” massicce battaglie tra navi per la prima volta dall’era romana.

Musarra ha assolutamente ragione, inoltre, laddove segnala che la rivalità genovese-veneziana acuì ulteriormente la frammentazione della penisola italiana e, in un certo senso, lacerò definitivamente l’Impero Bizantino, che negli ultimi due secoli della sua storia fu di fatto a tratti un satellite delle due Repubbliche marinare italiane, che dal controllo sui suoi commerci traevano rilevanti introiti, ritrovandosi sguarnito e con poca capacità di resistenza di fronte all’avanzata turca tra XIV e XV secolo. La sfida sistemica tra Genova e Venezia fu, dunque, una vera contesa geopolitica, che si inserisce nella serie infinite delle partite che, dalla battaglia di Milazzo a Capo Matapan, hanno visto il Mediterraneo terreno di scontro tra opposte strategie egemoniche. Una turbolenza lunga e considerevole nel flusso di storia che da sempre il “Grande Mare” è stato capace di produrre. Ma anche una conferma del legame profondo e antico che unisce la nostra penisola al Mediterraneo. Bacino dal quale troppo spesso l’Italia moderna e contemporanea ha insipientemente pensato di distogliere lo sguardo.

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