Ma ha senso vedere «rosso» negli States?

Se il personale è politico, il sentimentale è cruciale nel condurre la lotta. Ecco perché un ultimatum come «O la smetti di scoparti poliziotti neri o te ne vai dal Partito» diventa credibile se sparato contro un'attivista di lungo corso come la “Regina rossa” Rose Zimmer. Siamo in un tinello di Sunnyside Gardens, Queens, New York, nel 1955: Rose è stata la moglie ebrea comunista dell'ebreo comunista Albert, gente che negli anni Trenta già marciava contro gli americani simpatizzanti del nazismo, finché lui non viene spedito nella Germania dell'Est a fare la spia. E lei inizia un love affair con un poliziotto afroamericano...
I due sono le matrici genetico-politico-sociali di quasi tutti gli altri personaggi di questo strepitoso nuovo romanzo di Jonathan Lethem, I giardini dei dissidenti (Bompiani, pagg. 536, euro 19,50; traduzione di Andrea Silvestri). Tra questi, Miriam, figlia unica di Rose e Albert, che naturalmente diventa hippie e si insedia in un altro dei luoghi chiave degli americani-antiamericani, una comune del Greenwich Village degli anni Settanta. Fa un figlio, Sergius, con Tommy, cantautore folk non ebreo di origine irlandese e si avventura col marito in Nicaragua per partecipare a una rivoluzione poetica. Lo spirito rivoluzionario di Sergius se ne starà cheto in un corpo troppo cresciuto rispetto all'utopia finché non verrà risvegliato in un college del New England dal movimento “Occupy Wall Street”, che ricongiunge idealmente il gene rosso della famiglia alle radici affondate negli shtetl europei. E poi c'è Lenny (da Lenin), il giocatore di scacchi cugino di Rose, che ipotizza la creazione di una squadra di baseball proletaria; Stella Kim, hippie amica del cuore di Miriam, che punta alla custodia di Sergius; Harris Murphy che invece ne diviene una specie di padre putativo, guidandolo alla ricerca della Luce Interiore e infine Cicero Lookins, figlio legittimo del poliziotto di cui Rose si innamora, l'unico personaggio privo di qualsiasi credo perché potenziale catalizzatore dei principali credo universali: è nero, è gay, è obeso, è una recluta Ivy League. Non bastasse, viene su a pane, libri e storie familiari dispensate dalla stessa Rose: «Vi è qualcosa di più imperdonabile - si chiede a un certo punto - di ciò che un bambino impara a proposito dei suoi genitori dai loro amanti?».
Più che vagamente ispirato al proprio albero genealogico - la madre di Lethem, Judith, era un'attivista politica ebrea sposata a un pittore non ebreo - il romanzo di Lethem lascia il lettore affascinato, divertito e meravigliosamente confuso: che senso aveva vedere rosso in quell'America in cui i rivoluzionari si potevano contare sulla dita di una mano e se ebrei doppiamente discriminati? E che senso hanno i movimenti oggi, se sorgono su quelle ceneri?
Ottime domande a cui, come solo un ottimo romanziere sa fare, Lethem non dà alcuna risposta: già che anche il personale è politico, salviamo almeno la letteratura.

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