Lettere dall'inferno d'acciaio. Così i soldati raccontano ascesa e caduta del Reich

Un libro raccoglie le lettere inedite spedite dal fronte e catalogate in un museo di Berlino. Sono la voce più intima dell'apocalisse tedesca

Lettere dall'inferno d'acciaio. Così i soldati raccontano ascesa e caduta del Reich

Raccontare la guerra. Non è mai facile. Men che meno se si sa di dover affrontare la censura militare. Raccontare quel che si prova anche di più. Soprattutto se si scrive a casa.

Eppure tutti i soldati, di ogni epoca, hanno provato a farlo. Anche perché si potrebbe non tornare più. E allora quelle poche pagine, quell'inchiostro che il tempo fa sbiadire, diventano l'ultima testimonianza, la summa di un'esistenza. Un testamento che torna a casa, qualche volta macchiato di sangue.

Quindi conservare le lettere dei soldati è un modo di tutelare quel poco che resta di loro, del loro coraggio, della loro solitudine, della loro paura. In seconda istanza è un modo di creare una documentazione, di parte ma preziosissima, per gli storici. Ecco perché il Museo della comunicazione di Berlino ne ha archiviate tantissime, quasi 16mila. È in questa documentazione che ha pescato la studiosa francese Marie Moutier, una delle maggiori esperte mondiali della storia dell'esercito tedesco nella Seconda guerra mondiale. Il risultato è il volume Lettere dei soldati della Wehrmacht ora edito in Italia per i tipi di Corbaccio (pagg. 350, euro 22). Si tratta di una raccolta significativa, uno spaccato di quello che hanno visto e provato le centinaia di migliaia di soldati spediti su tutti i fronti d'Europa dal sogno del Reich hitleriano. Ogni pagina un pezzetto di vita, magari rivisto e corretto ad uso di amici e parenti. Magari addolcito per sfuggire alla censura.

Ma spesso non è difficile leggere tra le righe. Soprattutto se aiutati dalla Moutier.

Un primo blocco di lettere si intitola: «I signori della guerra». Rende abbastanza chiaro quale fosse il livello di adesione al nazismo nella Germania degli anni (1939-1941). Nella fase delle grandi conquiste i soldati del Reich sembrano spesso turisti in gita. Il sottufficiale Heinz R. racconta alla moglie di quanta stoffa per abiti a buon prezzo stia comprando nella Francia occupata e di come vada a zonzo per le cattedrali. Poi la rassicura che non è come i suoi camerati che preferiscono «varietà con spettacoli e balli nudi». Hans A., addetto alle trasmissioni della sesta armata, invece è un coltissimo conoscitore d'arte e scrive ad un amico (che sembra quasi un fidanzato) quasi trecento lettere (smette solo quando nel 1943 viene ucciso combattendo a Est). Contempla la guerra come fosse un quadro: «In ogni immagine, che sia un dipinto o la possente natura, io sono di volata accanto a te con pensiero vivido». Descrive con penna da scrittore «i morbidi pastelli, le magnifiche incisioni disegnate da Watteau» così come «i tantissimi neri (ndr soldati coloniali francesi) che giacciono sulla strada, atrocemente dilaniati... L'aria è pregna dell'odore di decomposizione, che rimane attaccato dolciastro alle narici». Quanto alle violenze di cui spesso i tedeschi hanno detto di non sapere, i soldati ne scrivono a casa senza grossi problemi. Almeno il caporale Hellmuth H. che passando per il ghetto di Lódz nota: «Pare che per 14mila bambini sotto i 14 anni ci siano in tutto sette mucche da latte. La mortalità è così alta e la natalità così bassa che tra dieci anni non ci sarà anima viva. Metodi davvero “britannici” ma che per il momento senza dubbio hanno successo».

Solo l'insuccesso militare mina la visione del mondo dei soldati tedeschi. Fa sorgere, lentissimamente, dubbi. Il 25 agosto del 1942 l'ex musicista Ludwig S., che ora non batte più sui tasti del piano ma del radiotelegrafo di un reparto di intelligence, scrive alla sorella a Dresda: «Ci troviamo sul Don, molto vicini alle truppe italiane e ungheresi. Sai già che la nostra divisione non è quasi più in grado di attaccare... è qui che dobbiamo morire o vincere».

Poi le lettere si trasformano, semplicemente, nella narrazione di un incubo, saltano tutte le reticenze. Come quella di Hans St. sul fronte italiano: «Ho i pidocchi, la diarrea e un umore pessimo. Mi fa tutto schifo. Da settimane non mangio un pasto caldo... tutta questa faccenda di merda... le probabilità di essere dilaniato da una granata sono più alte di quelle di rivedere Peenemünde». Solo qualcuno come l'aviatore Christian-Friedrich R. riesce a trasformare il dolore in una struggente riflessione: «Uno dopo l'altro se ne vanno tutti coloro che hanno arricchito i nostri ricordi d'infanzia, crollano e svaniscono le città della nostra giovinezza. Che cosa ci rimane?». Svanì anche Christian-Friedrich R. abbattuto il 23 agosto del 1944 nella valle della Senna.

Questi sono solo esempi. La bellezza del libro è proprio quella di far vedere cosa resta degli uomini sotto la scorza dei soldati, i loro alti e bassi, la banalità del quotidiano. Come la grande storia si mischi all'ossessione di riuscire a farsi mandare un pacchetto di sigarette. O come, pur sapendo che si potrebbe morire domani, a volte ci si chieda comunque come stia andando la piccola impresa di famiglia. Nel testo, come scrive nella prefazione lo storico americano Timothy Snyder, si vede bene, più che la «banalità del male» di cui parlava Hannah Arendt, il «male della banalità». Si vede un'umanità piccola che venne schiacciata dalla guerra. Una umanità similissima alla nostra. Non ci sono belve, solo uomini piccoli dal lato sbagliato di una grande guerra.

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