Mario, il punitore dei barbari che salvò Roma

Comandante e politico, la figura di Gaio Mario è una di quelle più importanti della storia della Repubblica e in generale di Roma

Mario, il punitore dei barbari che salvò Roma

Quando si parla della fase finale della Roma repubblicana la figura di Gaio Mario emerge in forma contrastata, elogiata da un lato per il suo ruolo fondamentale come comandante militare e criticata dall'altro per aver contribuito assieme a Silla a scatenare la prima guerra civile del I secolo a.C.

Ma in un certo senso Mario fu l'anticipatore di Giulio Cesare, che peraltro era nipote di sua moglie, in quanto capace di costruire un modus operandi che avrebbe fatto scuola: lo svuotamento graduale delle priorità politiche romane ad opera delle magistrature militari si accompagnò al ricambio della classe dirigente della Res Publica in senso opposto a quello desiderato dal Senato e dalle antiche famiglie romane. Mario era un cosiddetto homo novus, cioè una figura estranea alla tradizione di potere dell'Urbe, proveniente da una famiglia italica che non era inclusa nella nobiltà romana.

Nato ad Arpino nel 156 a.C., Mario seppe fin dalla giovane età distinguersi per il valore militare. Giovane tribuno nell'Assedio di Numanzia in cui Roma sconfisse i Celtiberi nel 134 a.C., fece l'intero cursus honorum fino a diventare legato di Quinto Cecilio Metello nel 109 a.C. per poi giungere alla ribalta della vita pubblica di Roma per merito della propria competenza militare. L'oligarchia dominante fu costretta, suo malgrado, a cooptarlo nel proprio sistema di potere dopo che, peraltro, da console Mario aveva promosso la più imponente riforma del sistema di reclutamento delle forze armate romane, rompendo il vincolo tra censo e arruolamento.

Fu l'inizio del legame tra le legioni dei "Figli di Marte" e l'identità nazionale romana che preservò la Res Publica e la fece durare anche dopo la trasformazione in impero. Poi consolidato durante la sua carriera con una svolta strategica fondamentale: il ruolo decisivo giocato dall'arpinate nel guidare Roma alla difesa contro le invasioni barbariche del I secolo a.C. Su cui poi si sarebbe consolidata la retorica imperiale romana: un movimento incentrato al contempo su espansione e consolidamento. Sul governo dei limes, nella duplice accezione di "territori" e "confini", intesi come capisaldi contro la barbarie.

Quando nel 107 a.C. le popolazioni germaniche dei Cimbri e dei Teutoni invasero i territori romani, iniziò l'epopea di Gaio Mario. Invocato come salvatore della patria, fu eletto console mentre si trovava in Africa nel 105 a.C., mobilitò un esercito ricostruendo la fiducia delle legioni dopo diverse sconfitte degli anni precedenti e iniziò una serie di azioni di presidio contro i popoli stanziati ai confini dell'Italia che facevano scorribande tra Gallia e Spagna. L'obiettivo era costruire le linee logistiche per difendere l'Italia, dare morale alle truppe e convincere i popoli invasori a dividere le forze. Così fu. Per Mario fu possibile affrontare i nemici separatamente e, rintuzzati i tentativi di invasione, sfruttare l'elemento sorpresa. Alle Aquae Sextiae, attuale Aix-En-Provence, Mario sorprese 100mila guerrieri Teutoni separati dai Cimbri e li travolse sfruttando il combinato disposto tra una strategia fortemente aggressiva, volta a colpire le avanguardie degli eserciti nemici prima che si posizionassero, e lo sfruttamento favorevole del contesto geografico meglio conosciuto. I barbari erano più facilmente affrontabili in territorio amico, era il ragionamento di Mario, che alle Aquae Sextiae trionfò lasciando a terra 90mila nemici e l'anno dopo replicò, vicino all'attuale Vercelli, contro i Cimbri, uccidendo 65mila guerrieri. Fu un doppio successo decisivo. L'Italia e la Gallia meridionale furono blindate, per secoli, come avanguardie della Res Publica. Fino all'incursione dei Quadi e dei Marcomanni a fine II secolo dopo Cristo nessun popolo fece più capolino sotto le Alpi. E fino alla fine della storia dell'Urbe molti comandanti, da Ezio a Stilicone, avrebbero attratto in territorio amico gli invasori per batterli sulla scia dell'impeto, del maggior morale e della conoscenza dei terreni favorevoli.

In Giulio Cesare, si fu soliti dire nei decenni successivi, coesistevano molti Gaio Mario, tanto e tale era il valore militare a cui era associato l'homo novus diventato salvatore dell'Urbe a capo di un esercito identificato non più solo con la classe guerriera ma con lo Stato in quanto tale. Uno Stato difeso, espanso, preservato per secoli dall'opera delle legioni. Sempre più universale e proprio per questo autenticamente romano. Mario portò le masse romane nella storia, Cesare e l'epopea imperiale le avrebbero esaltate nell'era in cui il governo si accentrava su singole figure ma, proprio per questo, il peso delle armi, e dunque dei cittadini-soldati, nell'economia del potere romano aumentava. Dalla svolta di Mario che salvò Roma da Cimbri e Teutoni non si sarebbe più tornati indietro.

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