Porta Pia, la vera storia: così fu presa Roma

A 150 anni dalla breccia di Porta Pia, ripercorriamo quei momenti. Così venne la città dei Papi divenne la capitale del regno d'Italia

Porta Pia, la vera storia: così fu presa Roma

È l'alba del 20 settembre 1870 e il sole si affaccia timidamente su Roma. Le truppe del Regio esercito italiano si sono mosse nella notte per avvicinarsi alle mura della città eterna, ultima roccaforte di papa Pio IX. Tutti sono pronti alla guerra. All'interno delle mura, il generale Hermann Kanzler arringa i suoi 16mila uomini: dovranno essere pronti a immolarsi per difendere "il dolce Cristo in terra", quello che, anche se nessuno ancora lo sa, sarà l'ultimo papa re. Al di fuori delle mura, invece, i soldati italiani sono pronti a combattere affinché la città eterna diventi la capitale d'Italia. Non più Torino, non più Firenze. La capitale del neonato Regno deve essere la città dei cesari e dei papi. "O Roma o morte", aveva detto Giuseppe Garibaldi a Marsala il 19 luglio del 1862. Così fu.

Già a partire dall'inizio dell'estate, la città è in subbuglio. La guerra franco-prussiana ha infatti rinvigorito le spinte di coloro che, anche all'interno dello Stato pontificio, vogliono far di Roma la capitale d'Italia. Si legge nei documenti: "Molti privati spontaneamente portavano personalmente, o partecipavano per iscritto informazioni, come accade quando una causa è popolare; ma era difficile discernere le vere dalle false. Molte erano fantastiche e frutto di una riscaldata immaginazione, con quale disturbo per un Quartier Generale già di molto preoccupato, è superfluo l'accennare. E quale danno poi se si fanno le operazioni su falsi o alterati dati! E ciononostante, a tempi più tranquilli, alcuni di siffatti inventori di notizie reclamarono compensi...Essenzialmente le informazioni positive ed utili, provenivano da ufficiali dell'esercito segretamente spediti. Fra le informazioni attendibili vi fu quella che allo scoppiare della guerra franco-germanica ebbero piuttosto luogo parecchie liti fra tedeschi e francesi dell'esercito pontificio". Spie, vere o presunte, ovunque. E la certezza che un attacco sarebbe prima o poi arrivato.

Il 20 di settembre, gli scontri inziano poco dopo le cinque di mattina. Sono gli zuavi a sparare per primi, vedendo un gran numero di soldati schierati. Uno dei primi a cadere, se non il primo, è il caporale Piazzoli, che viene colpito mentre cerca di caricare il pezzo di artiglieria che avrebbe dovuto sparare il primo colpo. L'attacco viene così ritardato, ma solo di pochi minuti. Secondo una leggenda, è dunque il capitano Giacomo Segre, israelita, a sparare per primo. Come mai proprio lui? In quanto ebreo non sarebbe incorso nella scomunica papale. La realtà è però diversa, come ci spiega il generale di Brigata Fulvio Poli: "L'aneddoto che fu incaricato lui di aprire il fuoco contro le mura di Roma per evitare la scomunica papale non trova conferme nei documenti. Segre era un eccellente artigliere di un esercito pluriconfessionale. In verità, alle 5 e 15, le artiglierie della 9^ Divisione e della 13^ aprirono il fuoco secondo quanto aveva ordinato il generale Cadorna; pochi minuti dopo, iniziarono pure quelle dell'11^ e 12^. Alle 5 e 20, aprirono il fuoco le batterie della riserva". I documenti sono chiari e smontano la vulgata che è arrivata fino ai giorni nostri: "Al centro le batterie da posizione della riserva e le altre due dell'11^ incominciarono a battere in breccia il tratto di cinta già stabilito e più di tutte contribuì alla rovina della muraglia la 5^ batteria del capitano Segre per la breve distanza che la separava dal bersaglio".

Ci vogliono tre ore prima che cada il muro che difendeva il pontefice. Vengono sparati 888 colpi e, alle 8.30, viene finalmente aperta la breccia di Porta Pia. Si alza un'intenso fumo. Odore di calce e di polvere da sparo. L'artiglieria non si ferma e continua a sparare fino alle 9.45, quando una bandiera tricolore appare sulla torretta di Villa Patrizi. È il segnale: Roma è presa. Il muro crolla completamente, ad eccezione di una raffigurazione di Maria, come scriverà Edmondo De Amicis, all'epoca giovane ufficiale testimone di quegli eventi: "La porta Pia era tutta sfracellata; la sola immagine della Madonna, che le sorge dietro, era rimasta intatta; le statue a destra e a sinistra non avevano più testa; il solo intorno era sparso di mucchi di terra; di materassi fumanti, di berretti di Zuavi, d'armi, di travi, di sassi. Per la breccia vicina entravano rapidamente i nostri reggimenti".

I soldati pontifici, infatti, non resistono più di tanto. È Pio IX stesso a ordinare, in una lettera la cui data è stata cambiata più volte, che non venga versato sangue inutilmente. La missiva, datata inizialmente 14 o 19 settembre, venne poi modificata più volte, cambiando la frase "ai primi colpi di cannone" con o"appena aperta una breccia" e "a qualunque spargimento di sangue" con "a un grande spargimento di sangue". A distanza di 150 anni, non sappiamo ancora perché il Santo Padre volle assumersi la responsabilità dei caduti. Ma così fu. Come del resto si fece anche da parte italiana: la battaglia "doveva esere morbida, non doveva dare occasioni alla comuinità cattolica - più di quante non ne offra di per sé un attacco armato al capo supremo della Chiesa - di montare uno scandalo internazionale" (Antonio di Pierro, L'ultimo giorno del Papa Re. 20 settembre 1870: la breccia di Porta Pia). I morti del resto furono solo 48 per il regio esercito e 19 tra quello pontificio: "L'andamento delle operazioni evidenzia, da un lato, come la resistenza pontificia, per quanto inizialmente accanita, fu poco più che simbolica e, dall’altro, dimostra la volontà italiana di non portare danno alla città e alla sua popolazione", ci spiega il generale Poli. Si chiudeva così un'era, quella dei papa re, e se ne apriva un'altra: l'unità d'Italia era stata raggiunta. E guadagnata con il sangue.

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