«Il pubblico meglio dei recensori saccenti»

Come al solito, e meno male, al di là della critica, al di là delle facili polemiche (la maggior parte tempeste in un bicchier d’acqua scatenate da venticelli militanti di sinistra), al di là della pubblicità, l’arte finisce sempre con l’oscillare tra due poli: l’artista e il pubblico. Se l’edizione di quest’anno della Biennale di Venezia ha visto un 20% cento in più di visitatori rispetto alla precedente, la ragione non è certo ideologica, di propaganda o meteorologica (leggi: la bell’estate e le orchestrine in piazza San Marco che tanto affascinano Kazuo Ishiguro). Ma qualcuno - per esempio l’americana rivista Artforum, e a ruota le altre riviste «politicamente affiliate» o «artisticamente cieche» - ha cercato comunque di spargere fango, denigrando senza informarsi, tanto per dirne una, la colonna sonora (nientemeno di Paolo Conte) che accompagnava il video dell’artista Valerio Berruti, che ci dice: «Sono critiche pregiudiziali, cieche, disinformate, che mi fanno sorridere. Sapevano chi denigravano? Se sì, questi “picchiatori” ragionano come i teppisti da strada: butta giù per primo il più grosso, così gli altri avranno paura. Già, perché che senso ha criticare Paolo Conte, che è indiscutibilmente grande, persino in America? Perché non hanno ragionato invece sulla mia opera? Ma l’hanno poi vista? Quando io e i curatori della Biennale abbiamo discusso di quel che avrei portato a Venezia, non è mai stato fatto il nome “Berlusconi”. Perché i critici della Biennale lo fanno così spesso? Che senso ha politicizzare tutto? L’arte è fatta per il pubblico, e il pubblico è arrivato. Un pubblico vero, che ha gusti veri, esperienze vere, che per esempio mi scrive decine di mail ogni giorno, un gesto gratuito, o devo pensare che siano tutti di destra e agiscano per propaganda?».
Anche Aron Demetz è dello stesso parere: «Superficiale e leggero, questo modo di fare critica... La mia idea è che giornalisti e critici stranieri si lascino influenzare troppo da quel che leggono sui quotidiani italiani. A volte non vedono nemmeno i lavori, com’è successo quest’anno col padiglione tedesco, trattato male e senza ragione. Critica d’arte, quella vera e approfondita, ce n’è stata poca. Per ragioni politiche? Non so, dico solo che io facevo mostre prima dell’attuale governo Berlusconi. Ritornare alla pittura e alla scultura, poi, come hanno fatto i curatori, è stato un gesto coraggioso. Avrebbero potuto prendere artisti sicuri, fare una bella figura con la stampa e con le gallerie, e invece hanno puntato sui giovani. La cosa è stata subito strumentalizzata politicamente. Ma il pubblico ha scelto, è arrivato, e questo basta. O almeno, dovrebbe bastare, se si ama l’arte».
«La questione politica mi è sembrata molto pretestuosa e pericolosa quest’anno - ci dice Giacomo Costa, un altro degli artisti presente alla Biennale. Poiché ha spostato l’attenzione della critica, almeno di quella critica disposta a lasciarsi politicizzare, dalle opere esposte al dibattito destra-sinistra, come se l’arte potesse essere di destra o di sinistra. La vera notizia, purtroppo, è quella di sempre: che molti critici non hanno fatto il loro lavoro. Capisco che oggi tutto serva a fare politica, solo che poi esiste anche la realtà delle cose, e dell’arte che queste cose interpreta e trasfigura».

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