Le città del dopo

Dallo shopping al rapporto con la casa: la pandemia ha cambiato i luoghi in cui viviamo. Architetti e urbanisti sono sicuri: torneremo per strada, ma non come prima

«I nostri concittadini lavorano molto, sempre per arricchire; s'interessano soprattutto del commercio e, in primo luogo, si preoccupano di concludere affari... Amano le donne, il cinematografo, i bagni di mare, ma, assai ragionevolmente, riserbano i piaceri per il sabato sera e la domenica, cercando negli altri giorni della settimana di guadagnare molti soldi».

L'istantanea in parole ritrae l'algerina Orano negli anni Quaranta, alla vigilia della peste raccontata da Albert Camus; eppure potremmo essere anche 80 anni dopo, in una delle nostre metropoli, anno bisesto 2020 a. C., ante Covid. Ci sono libri eterni da cui partire quando bisogna guardare al futuro. E adesso è uno di quei momenti.

Il tema è immaginare le città del «dopo virus»: urbanisti, architetti, sociologi, economisti si interrogano. Per capire se tutto debba cambiare, perché tutto resti come era, o se ora serva, semmai, il pragmatismo di chi chiede di non sprecare mai una buona crisi. Di sicuro ci saranno due fasi: quella della paura, dell'emergenza e della convivenza con il virus; ma tutti sperano che poi arrivi, senza decreti, la vera fase due, di una nuova consapevolezza che si basi sulla discontinuità. «La quarantena ci ha insegnato ad avere tanto tempo nel poco spazio delle nostre case, ma torneremo nelle città, anche se mi auguro in modo diverso - spiega Elena Granata, docente di urbanistica del Politecnico di Milano -: spesso lavoriamo in luoghi che non impariamo a vivere e la sera rientriamo ad altre città che non abbiamo il tempo di conoscere». Oggi, però, bisogna gestire la paura dell'altro e il social distancing: «Ci riusciremo quanto più sapremo distinguere la densità dall'affollamento», prosegue la docente. I suoi studi in Biodivercity hanno riempito internet di webinar, seminari via web, in cui si concorda su un punto: la città resta il luogo dell'appartenenza, «un dentro che custodisce, nelle case, e un fuori che ti accoglie, nelle piazze».

Già, ma come? Ben prima del virus avevamo iniziato a disegnare le nostre smart city. C'erano parametri chiari, date da rispettare, come l'Agenda Onu 2030 per lo sviluppo sostenibile. Non una città ideale e utopistica ma il luogo di «buone pratiche» per affrontare global warming, emergenza ambientale o per sviluppare reti tecnologiche. «L'emergenza sanitaria sta mettendo in evidenza tutte le potenzialità ancora inespresse su cui lavorare per rigenerare le città», spiega Dario Costi, architetto e docente di Progettazione architettonica e urbana all'università di Parma dove, dal 2018, dirige lo Smart City 4.0 Sustainable Lab che ha fatto rete fra diversi atenei, proponendo, fra le altre attività, dei piani di rinnovo urbano per 17 città italiane.

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