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Demoni, note e assoli un viaggio alle origini del blues e del jazz

Nicola Gaeta racconta vite, leggende e miti nati attorno alle jam session

Demoni, note e assoli un viaggio alle origini del blues e del jazz

Se volete la verità, non cercatela qui. Ascolterete storie iperboliche che appartengono all'assurdo, origliate a tarda notte tra gli avventori di una dancehall, scambiate a un crocicchio, ripetute in un gospel. Circolata di bocca in bocca per generazioni, la vicenda della black music attende ancora di essere messa a sistema. Ci prova un libro, pubblicato da Low nella collana Lowland/Terrebasse. Si chiama Black Beauty. Storie di musica nera. È scritto da Nicola Gaeta, medico e critico musicale, fonte inesauribile di aneddoti e retroscena. Leggendolo si ha la sensazione di attraversare una galleria di ritratti pronti a uscire dal quadro e mettersi a ballare davanti a noi. È un catalogo interminabile e provvisorio, un vaso di Pandora che, se scoperchiato, libera i propri personaggi in un ragtime scatenato. Non è un'enciclopedia. Somiglia a un racconto reticolare, costruito con grandi doti di affabulazione, tenendo conto di contraddizioni e contronarrazioni, che nella tradizione orale valgono più di qualsiasi fact-checking. Come in queste storie.

ROBERT JOHNSON E IL PATTO AL CROCEVIA

Al principio c'è un bluesman che vende l'anima al diavolo per imparare a suonare la chitarra in modo funambolico. Il luogo dell'incontro con Satana è fissato a un incrocio, nel Mississippi, dopo la mezzanotte. All'intersezione tra Route 61 e la 49, dalle parti di Clarksdale, sostiene la vulgata. Nemmeno per sogno, dicono altri, e abbassando la voce danno la loro versione. Un viottolo non carrabile, poco più di un sentiero sterrato tra i campi di cotone. È il canovaccio dei patti voodoo. Qualcosa di misterioso però c'è davvero. Robert era a malapena in grado di strimpellare quando sparì dalla circolazione per quasi un anno. Riapparve e aveva imparato a suonare la slide come un demonio. Cos'era accaduto? Non sappiamo come morì né dove sia sepolto. Si dice che contrasse la sifilide e se ne andò a soli ventisette anni. Ma giù nel profondo Sud c'è ancora chi sostiene che sia stata una donna a mandarlo al creatore. Gli avvelenò il whisky per vendicarsi di un'infedeltà di troppo. La salma ovviamente svanì. I resti del bluesman sono tuttora contesi da tre cimiteri, e non c'è prova che esista davvero una tomba per l'uomo che accettò di scendere all'inferno.

W.C. HANDY CODIFICA IL BLUES

Ancora Mississippi. Un passo indietro, 1903. Stazione di Tutwiler, un treno locale che non sembra mai arrivare. William Christopher Handy, musicista colto, figlio di un pastore protestante e nipote di uno schiavo liberato, è in attesa. Suona la cornetta in una banda. Il blues, per lui, non è ancora musica. È solo il canto che sente salire dai campi durante il lavoro. Si palesa davanti a lui un chitarrista di strada, coi vestiti stracciati e le scarpe sfondate. L'uomo impugna un coltello e lo fa scivolare sulle corde, cavandone un timbro metallico, l'effetto della slide guitar, nella forma più rudimentale possibile. Suona "la musica più strana mai sentita", pensa Handy. Non è vero. È solo la trasposizione del blues. Prova allora a trascriverlo su uno spartito. Nascono così Memphis Blues e St. Louis Blues. Diventeranno i primi classici delle dodici battute.

BUDDY BOLDEN, IL JAZZISTA CHE NESSUNO HA MAI ASCOLTATO

Il prototipo di tutte le storie che circolano intorno alla musica nera è il cornettista Buddy Bolden. Lo chiamavano King, è considerato l'inventore del jazz, e c'è chi giurava di averlo sentito suonare a New Orleans agli inizi del Novecento. Ma non ha inciso una singola nota. Nel 1907 gli fu diagnosticata una schizofrenia paranoide e venne internato in manicomio, dove rimase per 24 anni in isolamento totale. Il padre della black music è esistito davvero? La sua fama è affidata esclusivamente alle fonti orali. Si racconta che traghettò il suono delle vecchie dancehall in una nuova direzione, con percussioni, fanfare, nuovi ritmi, ma alla prova dei fatti il nome Bolden resta solo un'eco nel vento, senza una sola nota che qualcuno abbia potuto ascoltare.

LA MORTE DI SAM COOKE

Los Angeles. Una ragazza si precipita fuori da una stanza di motel. Corre. Urla. Dice di essere stata aggredita da Sam Cooke, stella della soul music, voce dei diritti civili afroamericani. Il cantante la insegue sino in strada, mezzo nudo, solo un giubbino sportivo addosso. Poi rientra precipitosamente in albergo e si trova di fronte la padrona. Questa, spaventata dai rumori, si sveglia, prende la pistola. Spara tre colpi. Uno lascia il cantante a terra. Qualcuno dubita che vi sia stata la violenza carnale. La ragazza a quanto sembra era una prostituta. Avrebbe sottratto al cantante cinquemila dollari. In strada ad attenderla, dentro una macchina, c'era il suo protettore. Ma le versioni si moltiplicano. C'è chi parla di un marito playboy, di una moglie che non aspettava altro. Due mesi dopo quella notte, la vedova sposa Bobby Womack, rivale di sempre di Sam. La figlia di lui si lega alla sorella di Bobby. Una coincidenza forse, ma le coincidenze non esistono. Anche se è più facile scaricare la colpa su J. Edgar Hoover, e scrivere che l'FBI voleva liberarsi del paladino degli afroamericani. Troppi colpevoli per un solo delitto.

SUN RA, L'UOMO VENUTO DA SATURNO

Sun Ra è di certo uno dei più importanti jazzisti di tutti i tempi, l'ultimo capace di fare di una big band il proprio strumento. Per decenni è stato invece guardato con scetticismo, alla stregua di un ciarlatano e poco più. Raccontava di essere stato teletrasportato su Saturno a vent'anni. Qui gli alieni, notoriamente jazzofili, lo avrebbero convinto ad abbandonare gli studi per dedicarsi totalmente a diffondere, attraverso la musica, una stravagante visione cosmica afrofuturista. Nacque così l'Arkestra, dove tutto, dai costumi ai suoni, ruotava attorno a questa pantomima interstellare, scalcagnata e raffinatissima.

IL "BLACK WOODSTOCK"

Woodstock, 15-18 agosto 1969. Fango, chitarre, prima pagina ovunque. Qualche settimana prima, Mount Morris Park, Harlem. 29 giugno. Sei domeniche di musica, fino al 24 agosto. Stevie Wonder, Nina Simone, B.B. King, Mahalia Jackson, Sly & The Family Stone. Trecentomila persone. Un grande happening passato sotto silenzio. Un filmmaker, Hal Tulchin, gira cinquanta ore di pellicola, ma non trova una rete disposta a comprare il suo materiale. Il pubblico bianco, gli dicono, non è interessato a uno show nero. Le bobine finiscono in cantina.

Restano lì cinquant'anni. Nel 2021 il batterista dei Roots, Ahmir Questlove Thompson, le ritrova e produce il documentario Summer of Soul. Il mondo scopre così che è esistita una Woodstock nera, che ha preferito ignorare.

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