Per anni ci hanno bombardato con la dittatura del less is more convincendoci che per essere felici, spiritualmente elevati e socialmente intriganti dovessimo vivere in appartamenti che ricordavano da vicino la sala d’attesa di uno studio dentistico particolarmente austero: pareti rigorosamente bianche, un divano grigio fumo dal design minimal, nessun tipo di soprammobile (quindi addio a tutti quei souvenir presi in vacanza qua e là per il mondo, calamite per il frigo con il termometro annesso compreso) e la regina del riordino Marie Kondo che, spuntando minacciosa dallo schermo della nostra tv di casa, ci intimava di buttare via qualsiasi oggetto non ci provocasse un’immediata «scintilla di gioia».Un digiuno estetico per non finire dritti nell’undicesimo girone dell’Inferno di cui Dante era rimasto all’oscuro: ovvero quello degli accumulatori seriali. Un’estetica punitiva questa che per anni ha trasformato le nostre case in asettici templi del vuoto cosmico, dove più che in un’abitazione sembrava di essere confinati in una Lounge VIP dell’aeroporto in attesa di un volo che non partirà mai. I tempi però fortunatamente corrono veloci e con essi anche le mode apparentemente più radicate lasciano il posto ad altre a iniziare dal Cluttercore, la tendenza iper-visiva e felicemente caotica che predilige l’accumulo, il collezionismo ossessivo e il «caos organizzato».Se il Cottagecore degli anni passati era una romantica fuga bucolica dalla realtà, ecco che il Cluttercore è un vero e proprio assedio estetico dove chi non stipa è perduto. Non si tratta di disordine o di pigrizia nel rifare il letto, ma di una colta e fiera ribellione al vuoto digitale, un’ostentazione di oggetti che raccontano chi siamo, chi abbiamo incontrato, dove siamo stati e dove vorremmo andare. Il tutto passando dalle librerie stracolme alle porcellane deliberatamente kitsch, fino ad arrivare alle pareti sature di quadri, litografie e poster di vecchie pubblicità: un horror vacui domestico utilissimo a ricordarci i bei tempi che furono e, soprattutto, a coprire le crepe dell’intonaco. Come per ogni trend che si rispetti, anche in questo caso lo star-system si divide sempre in due fazioni diametralmente opposte e lontane. Se da un lato molte celebrità hanno infatti abbracciato questa filosofia del pieno assoluto, ecco che dall’altro c’è chi ha scelto la via radicale del «Lesscore», riducendo la propria esistenza ai minimi termini logistici.Prendiamo per esempio la star di Aquaman Jason Momoa, il quale dopo il divorzio dalla moglie Lisa Bonet ha preferito rifiutare qualsiasi tipo di sfarzo e comodità immobiliare per trasferire armi e bagagli in un camper Ford da 750.000 dollari (parcheggiato nel giardino della sua vecchia tenuta).Praticamente una sorta di moderno San Francesco che si è spogliato dei suoi beni materiali per abbracciare una vita semplice e senza fronzoli, ma con un veicolo che costa come un attico in centro e senza l’incombenza dei sandaletti low cost ai piedi.Per un Momoa che vive in camper ecco che altri vip hanno invece scelto di non mettere mai radici, nemmeno su quattro ruote, preferendo un’esistenza perennemente vissuta nelle stanze degli alberghi a cinque stelle più belli e lussuosi del pianeta. Del resto perché acquistare mobili su misura, selezionare quadri d’autore e accumulare ninnoli scovati in giro per il globo quando puoi avere la comodità assoluta del servizio in camera h24, le lenzuola di cotone egiziano cambiate ogni mattina e delle colazioni faraoniche all-you-can-eat servite su un vassoio d’argento? Una scelta comoda è vero, ma che priva le mura (così come la vita) di un’anima, di un porto sicuro dove rifugiarsi e dove potersi sentire davvero «a casa». Un’anima questa che le regine del massimalismo esibiscono e rivendicano con orgoglio, a partire da icone immortali come la compianta Iris Apfel o la spumeggiante Drew Barrymore, che nei loro appartamenti hanno bandito la parola «spazio vuoto» stipando ogni angolo di volumi, tessuti preziosi, oggetti più o meno improbabili e, ovviamente, un mare di ricordi.Insomma mettiamoci l’anima in pace, se vogliamo essere davvero alla moda quest’anno ci ritroveremo costretti a smettere di riordinare. Il portafoglio ringrazierà, la polvere sui mobili un po’ meno. Dakota Johnson – Un nido vintage a Los Angeles La casa dell’attrice di Cinquanta sfumature, immersa nel verde di Los Angeles, è un inno al modernismo caldo, lontano anni luce dal minimalismo freddo e impersonale delle ville hollywoodiane tutte led e cemento. L’abitazione si presenta come una struttura in legno dalle ampie vetrate che si integrano perfettamente con la natura circostante, dando quasi l’illusione di vivere in una lussuosissima casa sull’albero.Il vero fulcro di questo «delirio controllato» è la celebre cucina verde bosco, dove spiccano un’infinità di servizi di piatti e stoviglie in ceramica antica accumulati con pazienza nel corso degli anni. Ogni pezzo ha una sua storia, così come il grande tavolo della sala da pranzo, ricavato nientemeno che dal legno di una vecchia barca appartenuta a Winston Churchill. Una casa orgogliosamente vissuta, dove i tappeti persiani si sovrappongono come strati di una lasagna e i libri d’arte riempiono ogni singolo centimetro dei tavolini da caffè. Cara Delevigne – La casa dei balocchi iper-colorata Se pensate che una casa debba essere un luogo di sobrio riposo, la dimora londinese di Cara Delevingne vi farà ricredere nel giro di tre secondi. La villa della top model è un vero e proprio parco giochi psichedelico e massimalista, specchio perfetto del suo spirito irriverente e dissacrante.Dimentichiamoci le tinte neutre che spaziano dal tortora all’écru, perché qui ogni stanza è uno shock cromatico a tema. C’è una camera interamente dedicata a ospitare costumi stravaganti da travestimento, pareti ricoperte di velluto rosso teatrale, dettagli pop-art ovunque, una tavola da biliardo personalizzata e persino una zona per il poker che sembra uscita da un film di David Lynch. Un accumulo molesto di stimoli visivi dove il minimalismo non è un’opzione, ma un reato da codice penale. Lily Allen – Kitsch regale stile Maria Antonietta La cantante britannica Lily Allen ha preso il concetto di «nido domestico» e lo ha trasformato in un set cinematografico che oscilla pericolosamente tra il kitsch d’élite e lo sfarzo di una Versailles contemporanea. L’abitazione è un assalto frontale alla moderazione: un tripudio di carte da parati floreali carichissime che non lasciano un millimetro di muro scoperto, dettagli dorati che renderebbero fiero l’ultimo Zar e moquette spesse che rivestono persino il pavimento delle stanze da bagno (con buona pace della proliferazione batterica). I salotti sono letteralmente intasati di divani in velluto e porcellane decorative d’ogni foggia. Un assedio visivo dove il «troppo» è la regola base e ogni angolo ha il preciso scopo di stupire, affascinare e tramortire l’ospite per sfinimento. Miley Cyrus – Massimalismo rock-psichedelico La metamorfosi artistica di Miley Cyrus si riflette perfettamente anche tra le mura della sua casa di Malibu, che ha tutta l’aria di essere il backstage di un festival rock dopo tre giorni di festa selvaggia. La cantante ha optato per un massimalismo spietato dove gli arredi vintage anni Settanta si mescolano a elementi iper-moderni e dettagli pop luminosi. Le pareti sono sature di locandine di concerti storici, chitarre d’epoca appese come quadri e opere d’arte decisamente provocatorie.I tessuti spaziano dall’animalier selvaggio al velluto scuro, creando un’atmosfera carica di energia ed eclettismo.Qui la linearità geometrica è bandita: la casa è un flusso continuo di cimeli di tournée e pezzi di design unici che celebrano la sua anima da eterna ribelle. Sarah Jessica Parker – Quando Carrie Bradshaw si impossessa della realtà Guardando la dimora newyorkese di Sarah Jessica Parker sorge un dubbio spontaneo: è l’attrice che ha arredato le stanze o è Carrie Bradshaw che si è definitivamente impossessata della sua vita e del suo codice fiscale? Il legame con la mitica protagonista di Sex and the City è evidente in ogni dettaglio. Questo appartamento è un inno al collezionismo intellettuale tipico dell’Upper East Side, con pile di libri che colonizzano ogni superficie orizzontale, vasi di fiori freschi piazzati ovunque e porcellane d’epoca disposte con quel disordine studiato al microscopio che fa subito «scrittrice di grido».Il vero colpo di scena scatta quando l’atmosfera generale di queste stanze finisce per ricordare, inevitabilmente, la celebre cabina armadio azzurro/blu vista nella serie tv. Più che una coincidenza, sembra quasi che lo spirito di Carrie abbia subaffittato l’appartamento dell’attrice per continuare a vivere nel suo habitat naturale, fatto di scarpe griffate e romanticismo speculativo. Insomma, un delizioso gioco di specchi dove la finzione finisce per influenzare la realtà, per la gioia di tutti noi che sogniamo ancora di pagarci un attico a Manhattan scrivendo un solo articolo a settimana.

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