Oggi vi parlo di una cosa divertente sull’alimentazione, però devo prenderla larga. Non tanto, quel tanto che basta a rendervi l’idea. E non è una dieta. Dunque, nell’ultimo film di Spielberg, Disclosure Day, Emily Blunt ha dichiarato che i versi che faceva nella scena in cui parlava in lingua aliena non erano fatti con l’intelligenza artificiale: lei si è opposta, dura e pura. Sebbene, a pensarci, prima che per il pubblico l’AI diventasse sinonimo di LLM (l’AI che tutti hanno conosciuto come ChatGPT) a nessuno sarebbe venuto in mente di dichiarare “senza effetti speciali” o “senza tecnologia”: nel cinema si è sempre usata non appena si aveva a disposizione.
Pensate a Terminator 2, tanto per restare in tema AI, al T-1000 in metallo liquido: James Cameron poté realizzarlo soltanto quando la CGI fu abbastanza avanzata. Oppure, tornando a Spielberg: quando vide i dinosauri realizzati con la CGI abbandonò senza pensarci due volte il progetto di animarli in go-motion affidato a Phil Tippett (rimase comunque nel film come supervisore dei movimenti, almeno quello). Ebbene, quella non era AI nel senso che gli attribuiamo oggi, era in ogni caso tecnologia digitale, e la usiamo da decenni.
Vi dico questo perché mentre l’AI generativa da una parte ha sollevato le proteste nel mondo del cinema, dall’altra sta diventando sinonimo di modernità per qualsiasi azienda (ok, ricorda un po’ la bolla dotcom), perfino in quella alimentare, innescando uno strano paradosso sociologico.
Stamani, spulciando le notizie, leggevo da Reuters che grandi aziende come Mondelez, L’Oréal, Nestlé e Haleon stanno usando sistemi di intelligenza artificiale per accelerare lo sviluppo di prodotti di largo consumo, dai biscotti agli shampoo ai dentifrici. Ok, e quindi? Comunque: Mondelez usa l’IA per generare e valutare possibili ricette, ridurre il numero dei campioni da produrre e modificare più rapidamente formule e ingredienti (per carità, sempre con controllo e verifica umani). Il sistema avrebbe contribuito ai Golden Oreo senza glutine e a una nuova ricetta dei Chips Ahoy. Secondo l’azienda, il 60 per cento delle ricette elaborate con questo strumento ha ottenuto risultati migliori (almeno per nutrizione, sostenibilità o costo), e anche qui ok (nel senso: embè?). Interessante che ci tengano a dichiararlo.
C’è anche L’Oréal, la quale usa invece modelli predittivi per studiare l’effetto delle molecole su pelle e capelli e per riutilizzare in nuovi prodotti sostanze già impiegate altrove, e dice di essere riuscita a sviluppare alcuni prodotti fino a quattro volte più rapidamente. Reuters cita tra le aziende che usano sistemi analoghi anche Nestlé, proprietaria tra l’altro di Nescafé, e Haleon, che produce Sensodyne.
Insomma, la notizia in realtà è che la notizia non ci sarebbe, come per Emily Blunt che dice no all’intelligenza artificiale per produrre gargarismi in codice alieno (oltretutto il film è stato tra i pochi talmente brutti di Spielberg che come abbia fatto i suoi versi Emily Blunt chissenefrega). Piuttosto è il fascino discreto non della borghesia di Luis Buñuel ma dell’AI per come viene percepita oggi dalle persone. Il machine learning, i modelli predittivi, i sistemi di ottimizzazione, anche le proposte di nuove ricette, vengono usati in parte già da anni nell’industria alimentare, solamente che in questo meraviglioso e spesso delirante hype per l’AI le aziende li presentano pubblicamente sotto l’etichetta universale e molto più commerciabile di “intelligenza artificiale” (wow!). Cosa comica: in un mondo di consumatori alimentari ossessionati dal “senza”.
Senza glutine anche se non sei celiaco, senza lattosio anche se lo digerisci benissimo, senza zuccheri aggiunti, senza olio di palma, senza conservanti, senza coloranti: il consumatore contemporaneo si sente più sano togliendo qualcosa, anche quando non sa bene perché (ho un sacco di amici non celiaci, e li avrete pure voi immagino, che sono convinti che senza glutine sia più salutare). Siamo diventati tutti intolleranti a tutto, almeno sull’etichetta.
Ciò nonostante, dopo l’epoca dei “senza”, potrebbe cominciare quella dei “con”, un solo “con”, magari in evidenza nelle etichette e nelle pubblicità: nuovi biscotti senza tutto, con intelligenza artificiale. Io li mangerei in ogni caso, non so Emily Blunt.