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Burevestnik, il missile nucleare russo che sfida i limiti del volo

Un’analisi del MIT approfondisce il funzionamento del Burevestnik, il missile da crociera a propulsione nucleare sviluppato dalla Russia per garantire elevata persistenza operativa e capacità di elusione delle difese strategiche.

Burevestnik, il missile nucleare russo che sfida i limiti del volo

Tra i programmi militari di maggiore rilievo sviluppati dalla Federazione russa negli ultimi anni, il missile da crociera strategico Burevestnik rappresenta probabilmente uno dei progetti più avanzati nel settore dei sistemi di propulsione nucleare applicati ai vettori strategici. Presentato pubblicamente dal presidente Vladimir Putin nel 2018 nell’ambito di una nuova generazione di sistemi d’arma strategici, il vettore, identificato dalla NATO con la sigla SSC-X-9 Skyfall, è concepito per superare i limiti operativi dei tradizionali missili da crociera grazie all’impiego di un apparato propulsivo alimentato da un reattore nucleare miniaturizzato.

Un recente studio elaborato da ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) offre un’approfondita ricostruzione tecnica sul funzionamento del sistema, suggerendo che il missile utilizzi una propulsione nucleare a ciclo diretto. Tale configurazione consentirebbe autonomie virtualmente illimitate, ma comporterebbe anche il rilascio continuativo di materiale radioattivo nell’atmosfera durante il volo, introducendo implicazioni ambientali e strategiche.

Cosa sappiamo

L’interesse per la propulsione nucleare applicata al volo non costituisce una novità. Fin dagli anni cinquanta, sia gli Stati Uniti sia l’Unione Sovietica avviarono programmi destinati a verificare la possibilità di utilizzare reattori nucleari come fonte energetica per velivoli e missili strategici. Washington sviluppò il celebre Project Pluto e il programma SLAM (Supersonic Low Altitude Missile), mentre Mosca sperimentò laboratori volanti derivati dal bombardiere Tu-95 nell’ambito delle ricerche condotte dagli uffici di progettazione Tupolev, Lyulka e Kuznetsov.

Nessuno di questi programmi raggiunse la piena operatività. Le difficoltà ingegneristiche, i costi elevatissimi e soprattutto i rischi radiologici impedirono la trasformazione dei prototipi in sistemi d’arma schierabili.

Il Burevestnik segna tuttavia il ritorno di questa concezione strategica. Sviluppato dal Centro Russo di Ricerca Scientifica per la Fisica Sperimentale (VNIIEF), cuore storico del complesso nucleare militare russo, il missile sarebbe progettato per svolgere missioni intercontinentali con capacità di permanenza in volo dell’ordine di giorni o addirittura settimane. Tale caratteristica consentirebbe al vettore di seguire rotte imprevedibili, aggirare le reti radar, sfruttare il profilo del terreno per ridurre la propria individuazione e colpire da direzioni inattese.

L’evoluzione del programma è stata però accompagnata da numerosi incidenti. Fonti occidentali attribuiscono al sistema diversi lanci falliti e almeno un recupero accidentato di un prototipo precipitato in mare. Particolarmente significativo rimane l’episodio avvenuto nell’agosto 2019 presso il poligono di Nenoksa, sul Mar Bianco, dove un’esplosione durante operazioni di recupero provocò la morte di cinque specialisti dell’agenzia nucleare Rosatom e un temporaneo incremento della radioattività nell’area di Severodvinsk. Molti analisti ritengono che l’incidente fosse direttamente collegato a un reattore destinato al programma Burevestnik.

Secondo le dichiarazioni ufficiali russe, i test più recenti avrebbero evidenziato progressi sostanziali. Nel 2025 lo Stato Maggiore ha riferito di un volo sperimentale della durata di circa quindici ore e di una percorrenza stimata intorno ai 14.000 chilometri, risultati che, se confermati, costituirebbero il primo impiego prolungato e realmente operativo di un sistema aeronautico a propulsione nucleare.

La propulsione nucleare a ciclo diretto

L’analisi tecnica sviluppata dai ricercatori statunitensi si basa su fotogrammetria, immagini satellitari e modellazione aerodinamica. Da tali elaborazioni emerge un missile lungo circa 9,5 metri, con apertura alare di 5,6 metri e velocità di crociera stimata attorno a Mach 0,75, caratteristiche che indicano chiaramente un velivolo subsonico progettato per missioni di lunga durata.

Le dimensioni della piattaforma renderebbero improbabile l’adozione di sistemi di propulsione nucleare a ciclo indiretto, tradizionalmente più voluminosi e complessi. Gli studiosi ritengono pertanto altamente plausibile una configurazione a ciclo diretto associata a un turbojet nucleare.

In tale architettura, l’aria atmosferica viene compressa e fatta transitare direttamente attraverso il nocciolo del reattore. Il calore prodotto dalla fissione nucleare aumenta la temperatura del flusso aerodinamico che, espandendosi successivamente nell’ugello di scarico, genera la spinta necessaria al volo. Questo schema consente una significativa riduzione delle masse e degli ingombri, risultando compatibile con le dimensioni del Burevestnik.

Le simulazioni indicano che il reattore potrebbe sviluppare una potenza termica di circa 4,3 megawatt durante la fase di crociera, producendo una spinta stimata nell’ordine di 3,5 kilonewton. Il nocciolo sarebbe probabilmente costituito da combustibile ad alto arricchimento basato su nitruri di uranio integrati in matrici ceramiche avanzate al carburo di silicio, materiali scelti per la loro elevata resistenza alle temperature e alle sollecitazioni neutroniche.

Aspetti radiologici e quadro strategico

L’aspetto più controverso riguarda tuttavia la sicurezza radiologica. In un sistema a ciclo diretto, l’aria attraversa fisicamente il reattore, venendo esposta al flusso neutronico e contaminandosi con isotopi radioattivi generati sia dall’attivazione dei gas atmosferici sia dal possibile rilascio di prodotti di fissione. Gli studi sembrano evidenziare la potenziale dispersione di isotopi come Argon-41, Krypton radioattivo e Carbonio-14 lungo la traiettoria del missile.

A ciò si aggiunge il progressivo deterioramento dei materiali strutturali del reattore dovuto alle elevate temperature, all’erosione meccanica e ai fenomeni di irraggiamento neutronico. Nel lungo periodo, tali processi “potrebbero” favorire ulteriori emissioni radioattive e ridurre l’affidabilità del sistema.

Sul piano strategico, il Burevestnik non modifica radicalmente l’equilibrio nucleare internazionale, già garantito dall’arsenale intercontinentale russo composto da missili balistici terrestri, vettori navali e bombardieri strategici. La sua funzione appare piuttosto orientata ad aumentare la capacità di penetrazione delle future difese antimissile e a rafforzare la dimensione psicologica della deterrenza. La possibilità di mantenere un vettore nucleare in volo per tempi estremamente prolungati, con traiettorie difficilmente prevedibili, introduce infatti un ulteriore elemento di incertezza nei processi decisionali degli avversari.

Nel contempo, l’impiego operativo e la stessa attività di collaudo di una piattaforma dotata di propulsione nucleare atmosferica potrebbero sollevare questioni ambientali, sanitarie e di sicurezza internazionale.

Tali implicazioni sono considerate particolarmente rilevanti nel lungo periodo, in quanto incidono non solo sulle caratteristiche militari del sistema, ma anche sulle più ampie valutazioni relative alla gestione del rischio e alla stabilità internazionale, al di là delle sue capacità operative.

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