Donald Trump ha congelato l’ultimo pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari destinato a Taiwan, ma negli Stati Uniti cresce la convinzione che il presidente non abbia affatto abbandonato l’isola. Nei giorni scorsi la Camera dei Rappresentanti ha approvato un finanziamento da 500 milioni di dollari per il sostegno militare a Taipei, chiaro segnale del fatto che il Congresso vuole mantenere aperta la strada alle forniture di armi anche mentre la Casa Bianca tratta con la Cina. Il rinvio del pacchetto principale è arrivato dopo l’incontro di maggio a Pechino tra Trump e Xi Jinping, durante il quale il presidente americano ha definito la vendita di armi un “buon gettone negoziale”. C’è tuttavia chi sostiene che ciò che conti davvero, al netto delle pubbliche dichiarazioni, sia quello che gli Stati Uniti continuerebbero a fare dietro le quinte. Ovvero: rafforzare le alleanze nel Pacifico, accelerare le consegne già approvate e aumentare la capacità di deterrenza lungo la cosiddetta “Prima Catena di Isole”, che va dal Giappone alle Filippine passando proprio per Taiwan.
La strategia dell’amministrazione Trump
Il quotidiano britannico Telegraph ha descritto questa strategia come una politica del “parlare piano e portare un grosso bastone”. Il motivo è presto detto: mentre l’amministrazione Trump ha attenuato i toni pubblici verso Pechino, avrebbe continuato a sostenere silenziosamente l’architettura di sicurezza costruita negli ultimi anni contro l’espansione cinese.
Vincent Chin-Hsiang Yao, rappresentante di Taiwan a Londra, sostiene che la linea di Trump sia meno rumorosa di quella di Joe Biden ma non meno dura nei fatti. Washington continua infatti a puntare sul rafforzamento dei rapporti con Giappone, Corea del Sud, Australia e India, oltre che sul consolidamento di Aukus e del Quad. I documenti strategici citati dal giornale indicano come priorità la prevenzione di un conflitto su Taiwan e la capacità americana di negare un’aggressione cinese nella Prima Catena di Isole.
Trump starebbe insomma cercando di evitare uno scontro verbale diretto con Xi Jinping senza rinunciare alla deterrenza militare. Il congelamento del citato pacchetto di armi servirebbe quindi a mantenere margini di trattativa in vista dei prossimi incontri con il leader cinese, mentre il sostegno militare concreto continuerebbe attraverso canali meno visibili e meno esposti alla pressione diplomatica di Pechino.
Gli affari militari tra Usa e Taiwan
Il cuore operativo del piano riguarda però le capacità militari già in fase di consegna. Come ha sottolineato il portale Defence News, restano infatti validi numerosi contratti approvati negli anni precedenti e Taiwan attende ancora parte di sistemi considerati essenziali per la propria difesa: lanciarazzi HIMARS, missili anticarro Javelin, obici semoventi M109A7 e droni d’attacco.
Ecco che il finanziamento da 500 milioni di dollari votato dalla Camera non sostituisce il pacchetto da 14 miliardi, ma garantisce continuità alle forniture e all’addestramento. Huang Chung-ting, ricercatore dell’Institute for National Defense and Security Research di Taipei, non ha dubbi: a suo avviso il Congresso Usa starebbe cercando di impedire che eventuali negoziati della Casa Bianca con la Cina limitino nel lungo periodo il sostegno militare a Taiwan.
Del resto Trump non ha revocato le vendite già autorizzate e il ritardo nelle consegne potrebbe semplicemente dipendere da una combinazione di fattori: verifica delle scorte americane, revisione interna alla Casa Bianca e gestione politica del rapporto con Xi. L’obiettivo nascosto degli Usa sarebbe sempre il solito: quello di trasformare Taiwan in una specie di “porcospino”, e cioè un bersaglio troppo costoso da attaccare, puntando su missili, droni, artiglieria mobile e capacità di sopravvivenza più che su grandi piattaforme tradizionali.
La pressione della Cina
La Cina ha intanto intensificato esercitazioni, pattugliamenti e operazioni di pressione attorno all’isola, aumentando la frequenza delle attività militari nello stretto di Taiwan e nelle acque orientali, al punto che a Washington cresce il timore che Pechino stia preparando una forma di coercizione graduale, una pressione continua sotto la soglia della guerra aperta.
Se così fosse gli Usa non dovrebbero soltanto difendere Taiwan in caso di invasione, ma convincere Xi che il costo di qualsiasi azione militare sarebbe troppo alto e troppo incerto. Anche il dibattito interno negli Stati Uniti riflette questa logica. I sostenitori dell’approvazione immediata del pacchetto da 14 miliardi sostengono che ritardare le forniture indebolisca la credibilità americana e mandi agli alleati il messaggio che gli impegni di Washington possono essere usati come merce di scambio nei negoziati con Pechino.
Al tempo stesso, Trump continua a lasciare volutamente ambigua la risposta alla domanda cruciale: gli Stati Uniti interverrebbero militarmente in caso di attacco cinese?
Cresce l’attesa per il meeting tra Trump e Xi
La vera partita si giocherà nei prossimi mesi, quando Trump e Xi dovrebbero incontrarsi di nuovo negli Stati Uniti. Pechino punta a ottenere concessioni su commercio, terre rare, tecnologia e forse anche su Taiwan; Washington cerca invece di stabilizzare il rapporto senza cedere il controllo dell’equilibrio militare nel Pacifico.
Il tycoon seguirebbe una strategia a due livelli: conciliazione pubblica e rafforzamento silenzioso della deterrenza. Detto altrimenti, da un lato il presidente statunitense evita di trasformare Taiwan nel centro dello scontro verbale con Xi; dall’altro mantiene in vita le vendite di armi, sostiene il Congresso, rafforza le alleanze regionali e prepara l’isola a resistere più a lungo in caso di crisi.
La scommessa della Casa Bianca è che la Cina interpreti la moderazione dei toni come un’apertura diplomatica, mentre dietro le quinte gli Stati Uniti consolidano la propria posizione militare. Se questa strategia riuscirà davvero a “beffare” Pechino è ancora da dimostrare.