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Difesa

Gli Stati Uniti hanno pochi missili e corrono ai ripari

I dati smentiscono Trump: gli Stati Uniti sono a corto di missili da difesa aerea e vogliono aumentare i finanziamenti per triplicarne la produzione

Missili Patriot inviati agli Usa: le armi letali che spaventano la Cina

Il conflitto nel Golfo Persico ha ridotto considerevolmente le scorte di alcuni missili nell’arsenale degli Stati Uniti. Durante la prima fase dell’Operazione Epic Fury, le forze statunitensi hanno lanciato numerosi missili da difesa aerea di tipo Patriot e THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), e la ripresa delle operazioni di guerra nelle ultime settimane ha ulteriormente ridotto le scorte, sebbene i lanci iraniani siano stati finora inferiori rispetto a prima del cessate il fuoco.

Il rapporto che inchioda Trump

Secondo un rapporto del Center for Strategic & International Studies (Csis), le stime delle scorte di missili Patriot preguerra ammontavano a 2330 esemplari, passati ora a un valore compreso tra 759 e 827 e fermandosi a 1030 prima della ripresa dei bombardamenti. Per quanto riguarda i vettori del THAAD, un sistema pensate per colpire i missili balistici avversari al di fuori dell’atmosfera terrestra nella loro fase di volo terminale, le scorte preguerra ammontavano a 452 esemplari ridotte ora a una forbice compresa tra 232 e 278, con un valore durante la tregua pari a 232/262.

La minore diminuzione dei vettori del THAAD probabilmente è da imputare alla decisione del CENTCOM – il Comando Centrale Usa – di risparmiarli per poter coprire i bersagli di più alto valore, e dalla geografia dei bombardamenti iraniani attuali in ragione del posizionamento delle batterie.

Viene così smentito il presidente degli Stati Uniti, che domenica scorsa aveva affermato che “abbiamo molte più munizioni di chiunque altro al mondo, e molte più di quelle di cui abbiamo bisogno” reiterando lo stesso concetto espresso a marzo, quando si era già sottolineato il veloce consumo di questo tipo di missili insieme a quelli da crociera. In quella occasione, il presidente Trump si era lanciato in una delle sua tante dichiarazioni roboanti dicendo che “l’America ha una scorta di munizioni praticamente illimitata e potrebbe combattere una guerra per sempre”.

Il Pentagono corre ai ripari

L’emergenza missili da difesa aerea è così palese che nella giornata di ieri il produttore di armamenti Lockheed Martin ha reso noto che il governo degli Stati Uniti gli ha assegnato una modifica contrattuale non definitiva valevole sette anni per aumentare e accelerare la produzione di missili Patriot PAC-3 Missile Segment Enhancement (MSE) del valore massimo di 53,86 miliardi di dollari. Questo nuovo finanziamento di emergenza consentirà a Lockheed Martin di accelerare la produzione dei missili da difesa aerea e di triplicare la propria capacità produttiva entro la fine del 2030, supportando anche un aumento del 50% dei posti di lavoro.

La campagna di difesa aerea durante il conflitto nel Golfo ha avuto un successo considerevole, con tassi di intercettazione elevati, seppur non perfetti. Sebbene alcuni attacchi iraniani siano riusciti a superare le difese, causando vittime e ingenti danni alle basi, questi attacchi non sono stati in grado di intaccare le operazioni statunitensi e della coalizione. Questa efficacia ha però richiesto un ampio utilizzo di intercettori, riducendone significativamente le scorte, quindi gli Stati Uniti e i partner della coalizione potrebbero essere costretti ad assumersi maggiori rischi con le intercettazioni, ovvero a decidere di lanciare meno vettori e addirittura evitare di utilizzarli in alcune occasioni.

Attualmente negli arsenali statunitensi non esistono valide alternative ai missili Patriot e THAAD per la difesa contro i missili balistici e bisogna considerare che i missili intercettori imbarcati tipo “Standard” (SM-3 e SM-6) utilizzati dal sistema Aegis installato sui cacciatorpediniere della marina statunitense sono generalmente troppo distanti dal teatro bellico, in quanto le navi sono state schierate principalmente a copertura del Mediterraneo Orientale e del territorio della NATO.

La Cina prende nota

Questo elevato consumo di vettori che non vengono debitamente sostituiti rappresenta un rischio a breve e medio termine per la prontezza operativa degli Stati Uniti in caso di guerra aperta contro la Cina nel Pacifico occidentale, e la richiesta dell’amministrazione Trump di 95 miliardi di dollari nel bilancio della difesa per l’anno fiscale 2027 e di 21 miliardi di dollari nel supplemento di bilancio per la guerra riflette questa urgenza.

Il consumo di munizionamento non ha riguardato infatti solo i missili da difesa aerea, ma anche vettori da crociera e altro tipo di armamento da attacco, come bombe guidate. Un conflitto che, secondo la presidenza Usa, sarebbe dovuto durare una manciata di giorni si è trasformato in un lungo scontro che sta logorando le riserve statunitensi e mettendone alla prova la capacità industriale.

Soprattutto mette alla luce i limiti dello strumento militare americano che nonostante la maggior tecnologia disponibile non è riuscito ad avere ragione di un avversario di livello inferiore esclusivamente con una campagna aerea.

La Cina sta quindi prendendo appunti e potrebbe considerare sia di cogliere questo momentaneo momento di debolezza determinato dal consumo del munizionamento per poter effettuare qualche tipo di azione su Taiwan, in uno scenario peggiore, sia, in uno scenario migliore, di imbarcarsi in futuro in un conflitto ad alta intensità sapendo che gli Stati Uniti, dopo un determinato intervallo di tempo, devono ridurre l’intensità delle operazioni in quanto non riescono a ricostituire rapidamente le proprie scorte di munizioni.

La stessa valutazione potrebbe essere stata fatta dai pianificatori del Pentagono, ma il sistema industriale militare occidentale a differenza di quello delle autocrazie e dittature soffre della necessità di avere la certezza degli ordini e del loro pagamento prima di entrare in produzione, essendo sostanzialmente privato, a meno che non si passi a un’economia di guerra.

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