Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 05:35
Difesa

La rete invisibile dello spionaggio cinese: così Pechino entra nel cuore dell’Occidente

Non solo agenti segreti: Pechino intreccia cyber, aziende, università e influenza politica in un sistema che punta a raccogliere informazioni e proteggere il potere del Partito.

Infiltrazioni e missioni dietro le linee: così la Cina addestra i suoi “scout”

Lo spionaggio cinese è molto più dell’attività di singole agenzie segrete impegnate a sottrarre informazioni militari, industriali e tecnologiche all’estero. Negli ultimi decenni numerose indagini condotte negli Stati Uniti, in Europa e in Asia hanno mostrato un quadro abbastanza diverso. Numerose inchieste hanno ricostruito centinaia di casi di reclutamento di informatori, furto di proprietà intellettuale, intrusioni informatiche e operazioni di influenza politica. L’obiettivo? Ottenere segreti industriali e militari, ma anche sostenere gli interessi strategici della Cina, intesa come Stato, e, soprattutto, garantire la stabilità del Partito comunista cinese (Pcc). L’intelligence si trasforma così in uno strumento permanente della politica nazionale, capace di operare contemporaneamente sul piano economico, diplomatico, tecnologico e della sicurezza. Dal canto loro le autorità di Pechino respingono ovviamente le accuse di spionaggio e sostengono di agire nel rispetto della propria legislazione.

L’ecosistema dello spionaggio cinese

Come ha ben sintetizzato The Diplomat, il punto fondamentale è che l’intelligence cinese non coincide con una singola agenzia, ma con un ecosistema guidato direttamente dal Partito comunista. Al centro si trovano il Ministero della Sicurezza di Stato (MSS), responsabile dello spionaggio civile e del controspionaggio, il Ministero della Pubblica Sicurezza (MPS), che si occupa principalmente della sicurezza interna ma contribuisce anche ad attività all’estero, e l’Esercito Popolare di Liberazione, che sviluppa intelligence militare, capacità informatiche e raccolta di dati strategici.

Attorno a questo nucleo ruota però una rete molto più ampia composta da aziende statali, imprese tecnologiche private, università, centri di ricerca, organizzazioni del Fronte Unito, società appaltatrici e professionisti specializzati. Ecco, quindi, perché diversi analisti preferiscono parlare di un modello “guidato dal Partito” piuttosto che di una semplice struttura di intelligence statale. La raccolta di informazioni, l’acquisizione di tecnologie sensibili, le operazioni di influenza e la sicurezza nazionale vengono infatti coordinate come elementi di una strategia unitaria.

L’obiettivo del sistema

Il funzionamento del sistema risponde prima di tutto a un obiettivo politico: preservare il potere del Partito comunista. La sicurezza del governo e del Partito rappresenta la priorità assoluta e orienta tutte le attività di intelligence. Da questa impostazione derivano investimenti simultanei nello spionaggio umano, nelle operazioni cyber, nell’acquisizione di tecnologie avanzate, nelle campagne di influenza all’estero e nelle attività di controllo delle comunità considerate sensibili.

Negli ultimi anni il presidente cinese Xi Jinping ha non a caso rafforzato il quadro normativo con una serie di leggi sulla sicurezza nazionale, sul controspionaggio, sull’intelligence e sulla protezione dei dati che attribuiscono a enti pubblici, imprese e cittadini specifici obblighi di collaborazione con le autorità. In questo modo il sistema di sicurezza viene formalmente integrato nell’intero apparato statale, ampliando gli strumenti a disposizione del Partito per raccogliere informazioni e contrastare quelle che considera minacce interne ed esterne.

Il metodo utilizzato

Le operazioni attribuite all’intelligence cinese raramente si basano su un solo metodo. Più spesso combinano strumenti differenti all’interno della stessa campagna. Un’intrusione informatica può servire a individuare potenziali obiettivi per il reclutamento umano; una collaborazione commerciale può facilitare l’accesso a tecnologie sensibili; un’attività di influenza politica può creare condizioni favorevoli per future operazioni economiche o diplomatiche.

Lo sviluppo delle tecnologie digitali ha inoltre consentito di esternalizzare parte delle attività a società specializzate e contractor privati, aumentando la capacità operativa e offrendo al tempo stesso un certo livello di negabilità alle autorità cinesi. Ebbene, questa combinazione di strumenti rende più difficile individuare i confini tra attività economica legittima, ricerca scientifica, diplomazia e operazioni di intelligence.

Una sfida per l’Occidente

Per i governi occidentali questa evoluzione implica una risposta che non può limitarsi alle singole indagini giudiziarie o agli arresti per spionaggio. Gli esperti ritengono necessario rafforzare il controspionaggio, proteggere la ricerca scientifica, mettere in sicurezza le tecnologie strategiche, controllare gli investimenti in settori sensibili e intensificare la cooperazione tra Paesi alleati nello scambio di informazioni.

Allo stesso tempo viene sottolineata la necessità di evitare generalizzazioni nei confronti delle comunità cinesi all’estero, distinguendo chiaramente tra le attività del Partito comunista e la grande maggioranza dei cittadini di origine cinese che non prende parte ad alcuna operazione di intelligence. La sfida, insomma, non consiste soltanto nel contrastare singoli episodi di spionaggio, ma nel comprendere un modello organizzativo che integra sicurezza, politica, economia e sviluppo tecnologico in un’unica strategia di lungo periodo.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.