Il Pentagono è al lavoro su una nuova strategia nucleare che prevede il possibile impiego di armi tattiche a corto raggio in caso di un conflitto regionale con Pechino o Mosca. A redigere il piano, classificato e rivelato in esclusiva da Nbc News, è Elbridge Colby, il capo della policy del dipartimento della Difesa statunitense, il quale dovrebbe averne discusso mercoledì ad un evento militare privato in Nebraska dove ha sede l’Us Strategic Command, il centro nevralgico responsabile per le forze nucleari della superpotenza.
Se in generale l’aggiornamento della strategia nucleare è un’iniziativa intrapresa con una certa ordinarietà da ogni amministrazione americana, il contenuto del documento predisposto da Colby, molto vicino al segretario Pete Hegseth, è tutto fuorché ordinario. Infatti, il piano redatto dal Pentagono predispone le opzioni a disposizione del presidente degli Stati Uniti in caso di crisi e la nuova strategia rappresenta una rottura con l’approccio teorico seguito per decenni da Washington incentrato sulla minaccia dell’impiego dell’arsenale a lungo raggio direttamente contro la forza nucleare avversaria.
Secondo le fonti di Nbc News, l’America potrebbe fare ricorso ad armi nucleari tattiche (a corto raggio ma comunque non meno distruttive di quelle strategiche montate sui missili intercontinentali) qualora, nel contesto di un conflitto regionale, gli alleati degli States fossero minacciati o sotto attacco da parte della Cina o della Russia. Un alto funzionario del dipartimento della Difesa ha affermato che gli Usa hanno bisogno di “opzioni nucleari credibili” e la proposta redatta da Colby non elimina alcuna opzione dal tavolo del commander ma anzi le amplia rafforzando la deterrenza.
L’insider consultato dall’emittente Usa spiega che “se vuoi realmente che un’estesa deterrenza sia credibile devi fornire alla leadership politica nazionale capacità nucleari che il senso comune indica che potresti usare per davvero”. Altrimenti, prosegue l’alto funzionario, si otterrebbe una riduzione alle opzioni più estreme che l’avversario non riterrebbe credibili. Un ragionamento che appare pienamente in linea con la centralità che da tempo Colby assegna alle armi tattiche.
La proposta “rivoluzionaria” del direttore della policy del Pentagono ha già sollevato critiche tra i democratici e persino tra alcuni repubblicani preoccupati che il ricorso ad armi nucleari possa apparire una possibilità meno inquietante o che si possa ridurre la prontezza delle forze Usa in scenari in cui il capo della Casa Bianca potrebbe decidere per l’impiego di armi strategiche a lungo raggio (un’opzione teorica, come accennato, sin qui seguita ufficialmente da Washington). Anche se in caso di crisi il piano del Pentagono non condizionerà la scelta del commander in chief, i critici della nuova strategia nucleare temono infatti che il personale militare statunitense possa di fatto ritrovarsi ad essere più addestrato all’utilizzo dell’arsenale tattico che strategico. Un punto di vista di cui al Cremlino come a Zhongnanhai avranno già preso nota.
